Sabato, 16 Ottobre 2021

Dalla passione del Maestro Tonino Urru nasce, a Ortueri, nel 1988, l’ASD Sen No Sen Judo.

di Chiara Miscali

Una società sportiva senza scopo di lucro, che da più di trent’anni, come spiegano il Maestro Tonino Urru e Giovanna Scanu, si propone di sviluppare e promuovere iniziative per rispondere ai bisogni di attività fisica e sportiva, e questo sia negli adulti che nei bambini, nei quali, tramite il judo, si attua un’importante esperienza comunitaria rivolta alla maturazione della personalità e allo sviluppo psico-fisico, in particolare tramite quello che è il codice morale del judo, ossia i nove punti cardine su cui si fonda una delle arti più antiche e allo stesso tempo più evolute: educazione, coraggio, sincerità, controllo di sé, onore, modestia, rispetto, amicizia e obiettivo del gruppo.

Qualità che i judoki non perdono e non dimenticano al di fuori della palestra, tramutati, infatti, in stile di vita.

Probabilmente è stato questo a tenere salda la passione per questo sport nell’ultimo anno: un periodo che è stato durissimo, e dover chiudere e stare lontani dal tatami, per un motivo del tutto imprevedibile e drammatico ha aggiunto un’ulteriore sofferenza a tutte le restrizioni che sono state imposte, eppure nel judo si combatte, con etica, morale e coscienza, e lo si è fatto anche da lontano.

Il judo, sport di contatto per eccellenza, in un periodo in cui i contatti erano proibiti, si è dovuto adattare alla realtà. La via della cedevolezza, gli insegnamenti di questa disciplina, sono serviti per superare la pandemia con consapevolezza, sangue freddo. Certo le criticità sono state tante, continuano, praticare attività fisica a casa non è stata la stessa cosa perché andare in palestra vuol dire stare tra i compagni, potersi confrontare e misurare. Niente di tutto questo è stato possibile da marzo 2020. Dall’anno scorso i nostri atleti, soprattutto gli agonisti, hanno dovuto rinunciare agli allenamenti, rimandando appuntamenti importanti come le qualificazioni ai campionati italiani.

Qualificazioni che, con la ripartenza nazionale, due atlete della palestra si sono guadagnate. La riapertura estiva porta infatti a scovare la motivazione che spinge a non mollare anche quando fa caldo, quando gli altri si riposano o vanno al mare. Motivazione che le esordienti B Giorgia Loi e Lucrezia Crobu hanno dimostrato di avere qualificandosi ai campionati Nazionali.

Così come nel judo, anche nella vita: dal sentirci invincibili abbiamo capito che basta un nonnulla per trovarci spalle a terra. Insito negli insegnamenti del judo anche questo: la prudenza di non dover mai abbassare la guardia. Un sospiro, un secondo, un momento e la situazione si ribalta, così sul tatami, così nella vita.


 

 

Approfondimento: Judo, virtù civile e guerriera

Nel 1882, in Giappone, il prof. Jigoro Kano fonda il judo: due ideogrammi, jū e dō, che mettono insieme i due opposti di yin e yang, di virtù civile e guerriera, di cedevolezza e forza, accostandosi alla più comune dicotomia penna-spada. Difatti nel suo nucleo il judo ha insite in sé le radici di un retaggio guerriero che risale all’epoca dei samurai, per i quali la vita si basava su pilastri essenziali, gli ideali del bushidō (stile di vita assimilabile alla cavalleria medievale o al mos maiorum Romano) che ritornano nel judo moderno come tratti essenziali della disciplina.

Sono onestà, coraggio, benevolenza, educazione, sincerità, onore, lealtà. Su queste si fonda il codice morale del judo, la sua vera essenza, che supera l’importanza che oggi si attribuisce al combattimento di livello agonistico, all’aggressività sul tatami (stuoie che attutiscono le cadute) e che tende a farne risaltare il valore etico. Il judo è uno stile di vita. L’ideogramma finale dō è anche assimilabile alla definizione cammino in sé e della mente: il judo è un percorso attraverso il proprio spirito, che porta a raggiungere un’eccelsa conoscenza della propria anima tramite l’addestramento fisico, lo sforzo psicologico, il continuo voler raggiungere la perfezione nella consapevolezza dei limiti del proprio corpo. Il tutto si riduce a un meccanismo di attacco-difesa, lo stesso che si innesca istintivamente nell’uomo davanti a un pericolo.

Solitamente si scappa, o lo si affronta. Nel judo si impara a reagire. Ovvero a rispondere a uno stimolo, con accuratezza, grazia, gentilezza, termini inglobati nel simbolo di jū, e si reagisce con precisione, ponderazione, riflessione. Nel meccanismo attacco-difesa che nel dojo (la palestra) è simulato, si impara a cadere e a rialzarsi, a diventare un’unica entità tra tori (colui che attacca) e Uke (colui che subisce). Si impara il concetto di simbiosi, di scambio, di rispetto, di lealtà. Si impara a crescere, a calpestare i propri limiti con il dolore e il sudore.

E non si tratta di sete di combattimento, di rabbia repressa, aggressività ingiustificata. Il judo non ammette che nobiltà d’animo, di spirito, di mente. Il judo è un percorso di perfezionamento del proprio io, tramite il quale si raggiunge un’educazione mirata all’essere giusti nella vita, allo scoprire le proprie tensioni, i propri limiti, ma anche la propria sensibilità. Il judo non è fatto per combattere contro gli altri: infatti, prima di tutto, si combatte contro sé stessi. Contro chi si ha paura di essere, di essere stati o di diventare. Prima si viene a patti con le proprie paure, il proprio orgoglio (nel judo è insita la caduta, e gli uomini odiano cadere) e poi si combatte con il mondo, con il proprio compagno, con l’amico di sempre, e questi rimangono tali, perché nel judo il concetto di nemico non esiste.

Una delle metafore della vita è proprio il judo. Con il suo ritrovarsi calpestati e con il suo librarsi in aria in capovolte acrobatiche. Con il suo cadere di schiena, d’impatto, senza preavviso. Con il fiato che manca, la vista annebbiata. Ma in ciò è compreso anche il rialzarsi, gli sguardi, la compassione, il lato umano, l’etica, la morale, uniche vere leggi del dojo. Il judo insegna tanto: che ci si deve rialzare, sempre; che si può tutto; che si cade, anzi, che a volte si precipita, e che al mondo ci si deve adattare. La duttilità è la capacità d’essere malleabili, di modellarsi sulle cose e sulle persone, e per questo jūdō, etimologicamente prende l'accezione di via della cedevolezza, dell’adattabilità: perché l’altro impari ci si deve sottomettere, con grazia, ci si deve abbassare, scostare, ascoltare. Si deve cedere perché l’altro apprenda, e se si brilla, in questo sport, si deve sempre a qualcuno che su di sé, una volta, si è modellato.

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