Sabato, 31 Luglio 2021

Poco fuori del piccolo villaggio di San Salvatore di Cabras, si trovano i resti di un impianto termale di epoca romana chiamato Domu ‘e Cubas. Il sito, poco noto, viene frequentato solo in occasione della tradizionale Corsa degli scalzi con cui i cabraresi rinnovano il loro voto a San Salvatore.

Il sito è stato ripulito di recente da erbacce e immondizie grazie ai volontari di Italia Nostra e all’Amministrazione Comunale di Cabras. Il sito di Domu e Cubas si trova lungo la via litoranea occidentale denominata iter a Tibula Sulcis (ossia, che congiunge Tibula-Castelsardo a Sulcis-Sant’Antioco): tra le 14 stazioni citate vi è quella di Tharros. Da qui la strada tornava indietro verso San Salvatore di Sinis ed è nei pressi di questa antica strada che sono stati ritrovati i resti di una struttura con magazzini e un complesso termale decorato con marmi e mosaici policromi, risalente al IV secolo che i viaggiatori e studiosi dell’Ottocento interpretarono come le rovine di uno stabilimento benedettino, così come ci riportano sia Vittorio Angius, nel suo lavoro facente parte del Dizionario del Casalis, che Alberto Lamarmora nel suo Itinerario dell’isola di Sardegna. In realtà i resti potrebbero fare riferimento ad ambienti connessi a una villa rustica di proprietà di ricchi possessores (proprietari terrieri), centro direzionale del fundus, attorno al quale si sviluppa l’agglomerato di case destinate a salariati e schiavi, i magazzini e altri ambienti legati alla conduzione del fondo e a rappresentanza; oppure, secondo una recente interpretazione, potrebbe fare riferimento a un praetorium (l’alloggio del comandante romano) destinato a ospitare alti funzionari, così come quello di Muru is Bangius a Marrubiu.

Com’era l’impianto termale

L’edificio termale di Domu ‘e Cubas rientra nella categoria delle terme minori a sviluppo assiale, ossia gli ambienti si sviluppano lungo un unico asse, nel caso specifico, lungo l’asse NO-SE. Il suo orientamento non è casuale, ma è posizionato in modo che gli ambienti caldi abbiano la migliore esposizione al sole per facilitarne il riscaldamento. Dallo studio della planimetria, l’edificio risulta essere stato costruito in due fasi: la prima, più antica, costituita dal frigidarium, risale al 200-250 d.C., mentre il resto dell’edificio risale a una epoca successiva, al 300-350 d.C. Questa cronologia è avvalorata anche dal tipo di muratura utilizzato: l’opus vittatum mixtum, una muratura composta da un nucleo cementizio rivestito all’esterno e all’interno da filari di mattoni alternati a blocchetti di arenaria (tufelli), che a Domus ‘e Cubas pare essere realizzato con minore accuratezza, tipico del periodo tardo imperiale. Alle terme si accedeva da un ingresso posto sul lato sud occidentale dell’apodyterium, vano rettangolare adibito a spogliatoio e dotato di bancali lungo le pareti. Dall’apodyterium si accedeva ad un altro vano quadrangolare, il frigidarium, dotato di due vasche, una semicircolare, con tre nicchie che ospitavano delle statue, e uno rettangolare dove si facevano i bagni freddi. Questo ambiente era probabilmente coperto con una volta a botte e da qui potrebbe derivare il nome del sito: domu ‘ e cubas, casa delle botti. Altrettanto plausibile è la copertura con volta a crociera, come riscontrato in altri edifici termali. Dal frigidarium si accedeva al tepidarium, ambiente a temperatura moderata, di forma circolare, che doveva avere una copertura a cupola. In epoca successiva, medio o tardo imperiale, fu realizzata la vasca semicircolare di piccole dimensioni. Dal tepidarium si passava agli ambienti caldi, i calidaria. Il primo di questi era a pianta rettangolare, di piccole dimensione e dotato di due vaschette semicircolari nei lati brevi. Anche questo ambiente doveva essere voltato a botte. Da questo primo calidarium si passava a un ambiente a pianta ottagonale inscritto in un quadrato, anch’esso un vano caldo, come testimoniano alcuni elementi che consentivano l’ancoraggio delle tegulae hamatae, tegole dotate di piedini che creavano una sorta di intercapedine nel muro e permettevano il passaggio dell’aria calda. Da questo vano si passava a un successivo calidarium, dotato di due vasche e collegato, sul lato nordorientale, a un ambiente circolare anch’esso riscaldato, probabilmente un laconicum, vano in cui era possibile fare i bagni di aria calda. La presenza del tepidarium e del laconicum circolari e del vano a pianta ottagonale fa delle terme di Domu ‘e Cubas un unicum nell’insieme degli edifici termali sardi, benché il suo sviluppo assiale sia frequente nei numerosi edifici termali sardi e del mondo romano.

Il percorso delle terme

Chi frequentava le terme compiva un percorso ben preciso che permetteva al corpo di adattarsi gradatamente alle diverse temperature. Dopo aver lasciato le proprie vesti nello spogliatoio, l’apodyterium, si passava al primo ambiente termale vero e proprio: il frigidarium, nel quale si facevano i bagni in acqua fredda. Si passava, poi, all’ambiente tiepido, il tepidarium appunto, e da questi al calidarium, ambiente con pavimento riscaldato e vasche piene d’acqua calda. Se le terme si trovavano in corrispondenza di una sorgente di acqua termale, come a Forum Traiani (Fordongianus), era sufficiente sfruttare l’acqua naturalmente calda. In tutti gli altri casi, e sono la maggioranza, l’acqua veniva riscaldata grazie all’aria calda, proveniente da grandi forni a legna, che circolava lungo le pareti e al di sotto dei pavimenti grazie a una serie di intercapedini: il pavimento poggiava su una serie di pilastrini, le suspensurae, che creavano un ambiente vuoto, l’ipocausto in cui circolava l’aria calda. Nelle pareti, invece, l’aria calda circolava grazie alle tegulae hamatae, dotate di piedini. Le vasche venivano riempite con acqua già calda, cosicché questo sistema serviva per mantenere l’acqua a temperatura. A questo punto, si faceva il percorso al contrario fino al frigidarium, con i bagni freddi. Nelle terme più imponenti come quelle di Roma e di altre grandi città, vi erano anche ambienti in cui si svolgevano varie attività: biblioteche, palestre, piscine (le natatio), stanze per i massaggi, ma anche giardini, fontane, rivendite di cibi e bevande, ecc. Tutto questo ci mostra come le terme non fossero solo un luogo in cui ci si prendeva cura del corpo, così come le consideriamo noi oggi: erano dei luoghi vivi, in cui era possibile divertirsi, fare affari e socializzare.

Pagina a cura di Rita Valentina Erdas


 

Bibliografia

DONATI A., ZUCCA R., L’ipogeo di San Salvatore, collana Sardegna Archeologica.Guide e itinerari, ed. Carlo Delfino, Sassari, 1992, pp. 49-53.
RANIERI G., SALVI D., Cabras, San Salvatore. Nuovi dati sulle strutture collegate all’ipogeo, in Quaderni della Soprintendenza Archeologica della Sardegna, 26/2015, pp. 385-395.
MASTINU A., Storia della Sardegna antica, in La Sardegna e la sua storia, vol. II, ed. Il Maestrale, 2005, p. 378.
ANGIUS V., Città e villaggi della Sardegna dell’Ottocento, vol. 1 Abbasanta-Guspini, ed. Illisso, 2006, pp. 223-228.
LAMARMORA A., Itinerario dell’isola di Sardegna, vol. 21, ed. Illisso, 1997, p. 179.

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