Sabato, 31 Luglio 2021

Ogni domenica i fedeli, nella Messa, proclamano la solenne professione di fede: il Credo.

Nella versione recitata in questo tempo di Pasqua, conosciuta come Simbolo apostolico, si afferma: Io credo in Dio Padre Onnipotente… e in Gesù Cristo, Suo unico Figlio… morì e fu sepolto, discese agli inferi e il terzo giorno risuscitò da morte. Davanti a tale affermazione le domande potrebbe essere tantissime; per esempio: se Gesù era senza peccato, perché discese nell’inferno, come gli uomini che hanno rigettato Dio? Gesù è arrivato davvero nella fossa della sofferenza umana (lontananza da Dio)?

Come Gesù, che era senza peccato, ha potuto anche solo sfiorare la sorte dei disonesti? Il Figlio di Dio incarnato, recandosi nell’inferno, non lo avrebbe trasformato nella dimora celeste? Se Gesù, dopo un breve soggiorno nel regno dei morti, è ritornato alla casa del Padre, come è rimasto quel luogo dopo la sua risalita? Pur interessanti, gli interrogativi segnalati presentano lacune interne. Infatti, la discesa agli inferi non significa trovarsi nell’inferno. Con questo termine la teologia indica uno stato di definitiva autoesclusione dalla comunione con Dio (CCC 1033). La pena dell’inferno che, sostanzialmente, consiste nella separazione eterna da Dio (CCC 1035), è la conseguenza di un’avversione volontaria a Dio, in cui si persiste sino alla fine (CCC 1037). Nella visione biblica l’inferno si riferisce a un luogo concreto: sono gli abissi o le profondità della terra dove dimorano le anime dei defunti. La Bibbia, infatti, sotto l’influsso della cosmologia dei popoli antichi, suddivide il mondo in tre parti: cielo, terra e sottoterra (Es 20,4). Sopra la terra si estende il firmamento, simile a una gigantesca cupola, da cui pendono la luna, il sole e le stelle; al di sopra sono ammassate delle acque che scendono sulla terra in base a tempi prestabiliti; la terza parte del cosmo, il mondo sotterraneo, situato sotto la superficie terrestre, è chiamato dagli ebrei sheol.

Nei vangeli di Matteo (11,23; 16,18) e Luca (16,23) troviamo il suo equivalente hades (già noto alla mitologia classica). Più tardi, nella traduzione latina, si è affermata l’espressione, infernus (inferno), che significa un luogo che sta sotto; il sotterraneo. In seguito, si ebbero le prime eresie. I docetisti, assolutizzando la sola natura divina di Gesù, ritenevano che il Cristo non poteva morire ed essere deposto in un sepolcro come ogni uomo; per essi, l’umanità di Gesù era solo apparente. I padri della Chiesa, in base agli scritti del Nuovo Testamento, hanno sempre ripetuto che Colui che è morto ed è stato sepolto è veramente il figlio di Dio fatto uomo. Per porre fine a ogni
speculazione in relazione alla morte di Gesù, è stato coniata l’enunciazione di fede: discese negli inferi, riflettendo la simbologia biblica.

Come ogni uomo, il Figlio di Dio ha sperimentato nel suo corpo la morte ed è stato solidale nel varcare la soglia del regno dei morti. Il Figlio dell’uomo rimase tre giorni e tre notti nel cuore della terra, (Mt, 12,40). Cristo è disceso nelle profondità della morte affinché i morti udissero la voce del Figlio di Dio e, ascoltandola, vivessero. Gesù l’Autore della vita ha ridotto all’impotenza mediante la morte, colui che della morte ha il potere, cioè il diavolo liberando così tutti quelli che per timore della morte erano soggetti a schiavitù per tutta la vita (CCC 635). Colui che discese è lo stesso che ascese al di sopra di tutti i cieli.

Giovanni Enna


 

(immagine tratta da it.aleteia.org)

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