Domenica, 17 Maggio 2026

La Germania comincia a dubitare dell’ammontare del debito pubblico italiano. Le cronache ci ricordano che esso cresce di continuo; è ormai al 158% circa del Pil e la tendenza è sempre crescente. Alla fine del 2020 il valore del Pil italiano si è attestato a 1.647 miliardi, mentre il debito ha raggiunto la cifra di 2.603 miliardi. Alcuni analisti affermano la necessità di ristrutturarlo.

di Giovanni Enna

Anche molti osservatori internazionali affermano che il nostro Paese sarà costretto, prima o poi, a ristrutturare il proprio debito. Se il debito nazionale è molto alto si possono rinegoziare le condizioni contrattuali: ritardare e distribuire, a opportuni intervalli di tempo, le date di rimborso o invece non pagarlo. Ma non onorare il debito implica gravose conseguenze. Si verificherebbe una perdita della reputazione finanziaria internazionale nei confronti del nostro Paese (come è accaduto all’Argentina che aveva ripudiato il proprio debito nel 2001 e non riesce più a finanziarsi sui mercati internazionali).

Ma la ristrutturazione implica anche dei costi per l’economia. La ristrutturazione è come una imposta per i detentori dei titoli pubblici (BOT, CCT, ecc.). Il non rimborsare le obbligazioni pubbliche equivale ad assoggettare a imposta i creditori, con valenza sulla domanda interna di beni (la loro capacità di acquisto diminuisce). Una quantità elevata dei titoli è detenuta da banche italiane; ciò causerebbe una crisi di liquidità, e persino di solvibilità, del nostro sistema bancario. Se una parte del debito pubblico venisse annullata, le banche rileverebbero un patrimonio netto insufficiente. Una crisi bancaria avrebbe conseguenze drammatiche sull’economia.

L’UE ha programmato dei finanziamenti da erogare ai paesi aderenti per superare la crisi finanziaria ed economica che sta devastando il tessuto sociale di molti (in particolare il nostro). A tal fine è doveroso predisporre delle adeguate programmazioni che indichino gli obiettivi da conseguire. L’Ue sta indicando i profili per ottenere i fondi del Recovery plan. Eppure, finora il nostro governo non è riuscito ad implementarlo. Si prospetta l’inasprimento delle imposte patrimoniali (presenti con l’IMU e quelle sulle successioni); sul piano sistematico l’applicazione di questa imposta non è giustificabile in quanto colpisce un reddito che ha già scontato la tassazione nel momento della formazione del prodotto (redditi di lavoro, d’impresa, ecc.).

La Corte dei Conti ha illustrato che negli ultimi sette anni l’Italia ha versato alla UE 36,3 miliardi di euro in più di quelli ricevuti. In base alla BCE, i finanziamenti a fondo perduto previsti per l’Italia (63,8 miliardi), tenendo conto dei contributi obbligatori annuali che il nostro Paese dovrà versare nei prossimi anni, saranno pari a 36 miliardi. Tenendo conto dei prestiti e dei sussidi, fra sette anni il saldo negativo per il nostro Paese sarà uguale a 35,6 miliardi. I benefici attesi non sembrano tanto sbalorditivi.

Intanto, il settore delle imprese private sta scomparendo. Ci saranno stringenti controlli da parte della UE sulle somme erogate. Sembra che lo spettro del fallimento della Grecia si stia prefigurando anche per l’Italia. La BCE ha promesso di acquistare titoli sovrani fino alla primavera del 2024. Tale impegno terrà bassi i tassi d’interesse delle obbligazioni pubbliche italiane sui mercati finanziari.

Giovanni Enna

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