Nelle ultime settimane sono in aumento le segnalazioni di infezioni da coronavirus causate da tre varianti: inglese, con una prevalenza intorno al 54% dei casi; brasiliana, con prevalenza intorno al 4,3%, concentrati in alcune regioni del centro Italia; e una sudafricana, con una prevalenza intorno allo 0,5%, presente in particolare nel Sudtirolo. Questi dati sono ovviamente in continuo aggiornamento e destinati ad aumentare.
di Alessandro Cabiddu, medico
Negli ultimi giorni si è parlato di altre varianti: scozzese, californiana, napoletana. Il loro monitoraggio è affidato al Comitato tecnico scientifico (CTS) e all’Istituto superiore di sanità (ISS).
Per quale motivo si sono sviluppate queste varianti?
Il Sars-CoV-2 è un coronavirus che, come tutti i virus, è caratterizzato dalla capacità di replicarsi rapidamente e modificare le sue caratteristiche nel tempo per meglio adattarsi alla genetica dell'uomo. Questi cambiamenti, che avvengono nel suo codice genetico chiamato RNA (a differenza del nostro che prende il nome di DNA), vengono chiamate mutazioni e possono determinare, per esempio, una maggiore capacità di trasmissione o di aggiramento delle difese immunitarie, oppure renderlo più aggressivo e causare un’infezione più grave.
Perciò con varianti si intendono le mutazioni che si hanno nel virus?
Esattamente: ognuna di queste mutazioni va a definire una variante del virus originale. Fin dalle fasi iniziali della pandemia sono state osservate moltissime mutazioni del Sars-CoV-2 e attualmente sono molteplici le varianti in tutto il mondo. Tuttavia solo da dicembre 2020 si sono caratterizzate meglio, in particolare quelle più significative e pericolose, portando a identificare, a oggi, tre varianti principali: inglese, brasiliana e sudafricana.
Ci può illustrare le caratteristiche principali di queste tre varianti?
Iniziamo da quella inglese: è la prima variante identificata nel Regno Unito (da cui il nome) e la più diffusa in Europa, Italia compresa. La sua pericolosità è associata alla maggiore capacità di trasmissione da uomo a uomo (dal 36% al 46% in più rispetto alla forma nativa), quindi a una maggiore contagiosità. Sono in fase di verifica le valutazioni su una maggiore gravità di evoluzione della malattia che ancora non è stata confermata anche se gli studi finora effettuati portano verso questa direzione. Consideriamo però che la maggiore diffusione e contagiosità implica anche la presenza di più persone malate, quindi, in percentuale, più persone che presenteranno forme gravi e che dovranno essere ricoverate, saturando le terapie intensive (si stima dal 40% al 60% in più). Altra situazione in fase di studio riguardo all’aumentata letalità è una maggiore resistenza alle terapie ospedaliere e un maggiore interessamento, a causa della maggiore contagiosità, di comunità fragili come le case di riposo (in cui vi sono pazienti anziani e con molteplici patologie). Abbiamo poi la variante sudafricana: identificata nel dicembre 2020 è la variante più diffusa del Sudafrica con, a partire dal gennaio 2021, un interessamento di molti Paesi europei. È caratterizzata da un’elevata trasmissibilità, anche se inferiore alla variante inglese, mentre non si ha certezza di una maggiore gravità di presentazione della malattia. Infine parliamo della variante brasiliana: scoperta in Brasile nel gennaio del 2021, ma segnalata in precedenza sia in Giappone sia in Corea del Sud. Per ora gli studi hanno dimostrato, anche in questo caso, una maggiore trasmissibilità con, in aggiunta, una maggiore propensione alla reinfezione in chi ha già contratto l’infezione. Tuttavia al momento non pare determinare una maggiore gravità della patologia.
Le varianti hanno una maggiore trasmissibilità nell’età pediatrica?
Sì, soprattutto la variante inglese, quella per ora più studiata perché più diffusa. Si è riscontrato un aumento dei casi tra i 6 e gli 10 anni. Al momento nei bambini, tuttavia, alla maggiore contagiosità non si associa un maggior rischio di forme gravi. Le metodologie diagnostiche utilizzate (come i tamponi) sono validi anche per le varianti?
Sì, i metodi tradizionali consentono l’identificazione anche delle varianti. I dati preliminari sulla diffusione preoccupano ma non sono allarmanti, grazie ai test molecolari e antigenici che consentono un monitoraggio adeguato dal punto di vista epidemiologico.
I vaccini risultano comunque efficaci?
I primi studi portano verso questa direzione. Infatti dimostrano che nonostante siano stati preparati prima dell’insorgenza delle varianti, mantengono una buona efficacia anche contro le varianti e in particolare verso le forme gravi della malattia.
Come possiamo limitare la diffusione delle varianti?
A livello nazionale sono già stati presi provvedimenti: sorveglianza maggiore nei laboratori, riduzione degli ingressi dall’estero, misure di contenimento rafforzate nelle aree più colpite (zone arancioni e rosse). Nel quotidiano i consigli sono sempre gli stessi: distanziamento sociale, mascherina, lavaggio frequente delle mani.