Mercoledì, 03 Marzo 2021

Il distanziamento sociale imposto dalla pandemia da Covid-19 ha drammaticamente influito sulla vita di tutti i cittadini e, tra le persone che ne hanno risentito maggiormente, ci sono sicuramente coloro che soffrono di emicrania.


Quali sono i fattori che hanno influito su questo aspetto?
La pandemia ha cambiato radicalmente gli stili di vita personali ma anche di chi ci sta attorno, amici e familiari. Ciò ha posto i pazienti di fronte a numerose condizioni di stress che influenzano notevolmente la frequenza degli attacchi di emicrania. Inoltre, al di là delle emozioni negative suscitate dalle preoccupazioni per la loro salute, essi hanno spesso incontrato ulteriori difficoltà ad adattarsi a questa nuova condizione e alle abitudini a essa correlate. Tuttavia, queste ultime sono state sconvolte in modo molto variabile a seconda delle diverse condizioni di isolamento sociale, di adeguamento alle esigenze lavorative, di riduzione del reddito e di impiego dei figli, comprese le difficoltà nel seguire le lezioni a distanza.

In questi pazienti la pandemia ha portato solo aspetti negativi?
In alcuni casi, le persone, preoccupate dalla possibilità di perdere il lavoro, subire una riduzione degli introiti familiari o, comunque, da un’incertezza generale verso il futuro, hanno risentito maggiormente del problema con, talvolta, delle accentuazioni. In altri casi il carico di impegni è stato ridotto, sia per la chiusura, più o meno temporanea, di alcune attività sia per il lavoro a distanza svolto solitamente a domicilio, permettendo un periodo di relativa tranquillità. Con l’alleggerimento del ritmo di vita abituale per il lavoro, dell’esposizione ai cambiamenti climatici, del traffico automobilistico e dei viaggi, fattori di stress riconosciuti per l’emicrania, si è riscontrato un sollievo dei sintomi, nonostante un livello moderato di depressione.

Possiamo quindi parlare di resilienza?
Direi proprio di Sì. Questo concetto può essere definito come un processo di buon adattamento di fronte alle avversità, ai traumi, alle tragedie, alle minacce o anche a fonti significative di stress. È un fenomeno naturale e positivo che, in questo caso, potrebbe aver ridotto il disagio psicologico e contribuito a migliorare le caratteristiche principali dell’emicrania, come la frequenza in termini di giorni di mal di testa al mese e le sensazioni soggettive della sua intensità. Pertanto, inaspettatamente, proprio grazie alla resilienza, le condizioni dettate dalla Covid-19 hanno spesso evitato il suo impatto negativo e non si sono verificati aumenti negli attacchi di emicrania.

La resilienza è sempre efficace in questi contesti?
Questa aiuta, ma bisogna valutare caso per caso. In generale, le persone coinvolte più da vicino dalla pandemia, con un interessamento personale, di familiari e di amici, o coloro che hanno maggiormente provato una risposta emotiva di rifiuto o repulsione hanno mostrato una tendenza all’aumento della frequenza del mal di testa e all’uso di farmaci. Se da un lato il rifiuto e, talvolta, la negazione come tipologia di risposta emotiva potrebbero aiutare a sopravvivere durante le infezioni pandemiche, ciò causa comunque una sofferenza, la quale potrebbe attenuare la reazione di resilienza e influire, quindi, negativamente sull’emicrania.

Come si può gestire, in questo periodo, l’emicrania?
Considerando la permanenza delle difficoltà nell’effettuare visite specialistiche in presenza, sia per il persistere della pandemia che porta a differire le visite urgenti, sia per l’allungamento delle liste d’attesa, sarebbe necessario non lasciare soli questi pazienti ma modificare il più possibile la classica gestione. Questo può avvenire andando a sviluppare e modellare una modalità di trattamento rivoluzionaria: la telemedicina, quindi comunicazione telefonica e internet insieme, o almeno, viste le difficoltà anche degli stessi pazienti, talvolta anziani, a usufruire di internet, l’utilizzo del contatto telefonico. In questo modo, valutando il diario del paziente, i medici possono monitorare l’uso di analgesici, la frequenza e l’intensità degli episodi di cefalea, le disabilità riguardanti la sfera familiare e lavorativa e, in questo modo, dare suggerimenti aggiuntivi in ambito di attività fisica domiciliare, abitudini alimentari, ritmo del sonno, ecc.

La telemedicina rappresenta il futuro?
Essa non potrà mai sostituire in toto la visita in presenza, perché spesso è indispensabile mettere le mani sul paziente per capire il suo malessere. Tuttavia quando si tratta di situazioni in cui è più determinante il colloquio o quando si hanno patologie croniche in un paziente già noto, la telemedicina può essere una valida alternativa. Nel caso dell’emicrania, ad esempio, si è notato un alto livello di accettazione e adattamento da parte di queste persone alla nuova modalità di gestione, che nella maggior parte dei casi ha portato a miglioramenti significativi degli attacchi di emicrania, nonostante la situazione di criticità.

Alessandro Cabiddu, medico

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