Domenica, 11 Aprile 2021

Il Parco dell’Asino Sardo a Ortueri nasce nel 1994 per preservare dall’estinzione la razza asinina autoctona della Sardegna che, nell’Isola, contava, fino a quarant’anni fa, 38.000 capi, ridotti poi a circa 350 una quindicina di anni dopo, fino ai circa 200 capi di oggi.

di Rita Valentina Erdas


Il parco sorge in località Mui Muscas e si estende per circa 55 ettari. Al suo interno si trovano alcune aree boschive e alcuni edifici adeguati alla gestione e al funzionamento del parco: stalle, depositi per il foraggio, ricoveri attrezzi, uffici, nonché alcuni pozzi, abbeveratoi e cisterne per il rifornimento idrico. Nel parco gli asini si muovono in libertà, in piccoli branchi, brucando l’erba e nutrendosi di mangimi e foraggi naturali. Sin dalla sua istituzione, si lavora per recuperare la purezza della razza dell’asino sardo, caratterizzata dal manto bigio, la riga mulina crociata nella groppa e il ventre chiaro. In modo analogo si sta operando all’Asinara e tra il Tramariglio e Capocaccia, dove la Forestale è riuscita a salvaguardare l’asino bianco, e a Foresta Burgos, dove l’Istituto di Incremento Ippico della Sardegna, sta allevando un gruppo di asini di razza sarda con l’intento di recuperare la purezza della razza, in parte ibridata con razze provenienti dalla Sicilia (asino di Ragusa) e dalla Puglia (asino di Martina Franca). Nel parco operano due psicologhe che praticano l’onoterapia, un tipo di terapia assistita con animali che utilizza l’asino. La scelta di questo animale non è casuale: l’asino infatti, per la sua taglia ridotta, morbidezza al tatto, pazienza e lentezza nel movimento, è particolarmente adatto per entrare in comunicazione con il paziente sollecitandolo dal punto di vista emotivo, psicomotorio intellettivo, sociale e affettivo. Il parco offre anche un punto ristoro e si organizzano escursioni verso la zona più elevata da cui si può godere una vista mozzafiato sul Gennargentu.



Introdotto dai greci, diffuso dai romani

La domesticazione dell’asino è stato un momento fondamentale per lo sviluppo sociale ed economico dell’uomo. Benché sia stato addomesticato prima del cavallo ma molto dopo la maggior parte degli animali domestici, si ritiene che i bovini, i suini, gli ovini e i caprini siano stati addomesticati nel Neolitico, mentre il cane addirittura alla fine del Paleolitico.
Gli studi archeozoologici identificano la regione nella Nubia (in Egitto) come il luogo in cui l’asino selvatico fu addomesticato e da qui si sia diffuso verso il Medioriente a partire dal IV millennio a.C. In Europa fu introdotto dai Greci nel II millennio a.C. e successivamente furono i Romani a diffonderlo in tutto l’impero. Per diverse ragioni, tra cui quelle climatiche, l’asino fu allevato quasi esclusivamente nelle regioni centro-meridionali europee (Spagna, Italia, Portogallo e Francia), mentre nelle regioni nordiche l’introduzione dell’asino è avvenuta molto più di recente: in Irlanda addirittura dopo il secondo conflitto mondiale. Sin dalla sua domesticazione il ruolo dell’asino è stato prevalentemente in ambito agricolo e commerciale per il trasporto delle merci.


I molentes. Origini e ruolo nell’Isola

Il dibattito sull’origine della diffusione dell’asino in Sardegna non si è ancora chiuso. Alcuni ritengono che l’asino fosse presente già in epoche molto antiche, nel Neolitico, secondo altri invece sarebbe stato introdotto dai Fenici, per altri, ancora, sarebbero stati introdotti dalla Nubia come nel resto d’Europa. Secondo il Cherchi-Paba, in un suo studio del 1974, l’asino sardo sarebbe originario dell’Etiopia e sarebbe stato introdotto nell’Isola nel III millennio a.C., a seguito dei commerci di ossidiana e si sarebbe poi diffuso in epoca nuragica; tesi che, finora, non ha trovato nessun riscontro archeologico in siti di epoca prenuragica e nuragica. Alcuni resti ossei di asino provengono dagli scavi di Sulki (Sant’Antioco) e Tharros e risalgono all’età del Ferro: da qui si è diffusa l’opinione che a introdurre l’asino in Sardegna siano stati i Fenici e i Cartaginesi. Frammenti ossei risalenti all’epoca romana e medievale provengono dal sito romano di Sant’Imbenia (Alghero) e dal sito altomedievale di Santa Filitica a Sorso. Benché esigui, questi reperti hanno permesso di trarre interessanti e utili informazioni: innanzitutto l’assenza di segni di macellazione da cui si suppone che l’animale non fosse allevato per il consumo umano ma venissero impiegati quasi esclusivamente per il lavoro agricolo e come animali da soma e da traino.

Anche le fonti letterarie offrono un valido aiuto sulla diffusione degli asini in Sardegna: diversi autori latini parlano della presenza di equum musimonem. Il termine musmonum si riferisce ad animali utili ed in grado di sopportare pesanti fatiche. Testimonianze sulla presenza di asini selvatici di piccole dimensioni è presente in testi che vanno dal XII al XIX sec. Le fonti letterarie si soffermano soprattutto sulle piccole dimensioni degli asini sardi (un metro al garrese, dimensioni che si sono mantenute fisse dall’antichità fino ad oggi) e sulla loro indole selvatica, e non sono pienamente concordi sulla presenza dell’asino selvatico. Nella Carta de Logu (1355-1376) gli asini vengono definiti molentes o molenti in quanto impiegati nella macinazione del grano, da cui si deduce l’importanza che doveva avere l’animale nella società sarda del tempo: era un bene prezioso per le famiglie e le leggi dell’epoca prevedevano pene molto severe (tra cui l’impiccagione) per chi rubasse questi animali. Esisteva anche la figura professionale del molentaro, che si occupava della custodia e della conduzione degli asini. Oltre che per la macinazione del grano venivano usati anche per il trasporto dell’acqua, specie nelle grandi città. Aldilà dell’esattezza e della completezza dei dati e delle fonti a disposizione, si può dire che l’asino in Sardegna ha origini molto antiche e che ha sempre svolto un ruolo molto importante nello sviluppo economico e sociale dell’Isola.


BIBLIOGRAFIA E SITOGRAFIA

Biggio G.P., Monitoraggio e salvaguardia delle razze asinine autoctone della Sardegna attraverso l’impiego di marcatori molecolari, PhD Thesis, Università degli Studi di Sassari, 2015, pp. 3-23.
www.ditestaedigola.com
www.comune.ortueri.nu.it
www.viaggiamo.it

 

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