Mercoledì, 19 Settembre 2018

I libri di Storia raccontano di scioperi e proteste, di vittorie e sconfitte, ma la Storia, al di là delle battaglie, delle armi, insegna che tutto si evolve in relazione a come si amministra l’economia, l’educazione, la sanità, l’alimentazione, l’arte e qualsiasi altro mezzo espressivo. La cronaca ha il dovere di raccontare i fatti, e quel che appare nelle pagine recentissime della nostra isola, è la fotografia di tante tessere elettorali riconsegnate ai comuni: Gavoi, Orani, Ollolai, Orotelli, Nule, Ottana, Gadoni, Fonni, Seulo, Silanus...

di Veronica Moi

Ovodda, Benetutti, Bultei, Urzulei, Atzara e la lista cresce giorno per giorno. Tanti sindaci hanno accolto nel proprio ufficio i concittadini che desideravano manifestare malcontento per le condizioni cui è sottoposto il mondo dell’agricoltura e della pastorizia; una protesta che si esprime attraverso il rifiuto di andare a votare per le prossime elezioni, di sentire propagande elettorali sterili e promesse che non si concretizzano. E non è soltanto il caso della pastorizia e dell’agricoltura. Il problema è dato principalmente dal fatto che quanto è avvenuto negli uffici dei sindaci ha avuto poca risonanza e il messaggio che vorrebbe lanciare non è giunto laddove vengono prese le decisioni.

Roma e Bruxelles sono distanti e i collegamenti di comunicazione virtuale (es. internet) non riescono a colmare il gap con i pastori sardi. Ma la situazione può essere vista anche dal punto di vista opposto: se da una parte è corretto chiedersi cosa può fare l’Europa per la pastorizia e l’agricoltura, dall’altra cosa possono fare i pastori e gli agricoltori sardi?

La parola chiave è sinergia. La nota stampa del rapporto Crenos esordisce: “Secondo i dati più recenti il quadro macroeconomico regionale è ancora caratterizzato da elementi di debolezza strutturale. Nel 2015 la Sardegna è tra le 65 regioni più povere dell'Unione Europea (212 esima su 276 regioni)”. Siamo sicuri che il mondo agropastorale sia l’unico a soffrire della crisi? Fino al 2015 la Sardegna risulta l'unica regione del Mezzogiorno ancora in fase recessiva e si confronta con il suo peggior risultato nell'ultimo ventennio: per trovare un valore così basso bisogna risalire a prima del 1997.

L’unico settore in crescita è quello energetico, mentre segnali positivi si evidenziano nelle attività produttive: “le imprese attive nel 2016 sono 142.986, circa 400 in più rispetto all'anno precedente. Il tessuto imprenditoriale è però estremamente frammentato e la quota di occupati che presta la sua opera in microimprese è elevata (63%) e molto maggiore di quella italiana (46%), già di per sé rilevante. Dal punto di vista settoriale la regione conferma la sua vocazione agro-pastorale, sia nel numero delle imprese (circa 34 mila, pari al 34% del totale) che nella loro capacità di creare valore aggiunto (5% in Sardegna contro 2% in Italia)”. Il mondo agropastorale ha un patrimonio materiale e immateriale che lo rende un valore non solo per l’Isola.

L’eccellenza nella produzione si mantiene nel tempo solo se siamo in grado di collocare l’attività di agricoltura e allevamento in un’ottica diversa da quella “dell’ovile”. Il recinto va bene, ma non deve essere una barriera, né per chi porta il bestiame al pascolo, né per chi si interfaccia dall’esterno. Siamo infatti una delle regioni che investono di meno in ricerca e sviluppo, e la storia insegna che quando questo accade, a risentirne è tutto il sistema produttivo, a cominciare da quel che finisce sulle nostre tavole.

Il miglior modo di votare è quello di poter scegliere i prodotti della nostra terra: questo è il sostegno più grande per ogni settore. Forse abbiamo tutti qualche motivo per indignarci, ma non per rifiutarci di cambiare le cose, anche quando si tratta di apporre o meno una crocetta sulla scheda elettorale.

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