a cura di MAC
Caro presidente, cosa è l'Ucsi e quali sono i suoi obiettivi?
L'Ucsi può essere riassunta nel significato che ha la lettera «c» della sua sigla, cioè cattolica. Siamo giornalisti, o meglio operatori della comunicazione che portano «il vento cattolico» nelle redazioni e in tutti gli ambienti dove ci troviamo a operare. Lo Statuto che l'Ucsi si è dato a livello nazionale riassume in modo esauriente gli obiettivi che si prefigge: l'elevazione, anzitutto, del livello spirituale, morale, culturale e professionale dei soci, la promozione di un'attiva testimonianza cristiana tra tutti gli operatori della comunicazione, favorendo l'applicazione di principi di deontologia professionale (su questo aspetto in molti riconoscono all'Ucsi un ruolo di rilievo) e di salvaguardia della persona umana. Inoltre l'Ucsi mira a contribuire lo sviluppo di una cultura e di un'etica della comunicazione, un aspetto anche questo molto importante e che ha visto più volte, e in diverse situazioni, l'Ucsi partecipare a diversi tavoli dove si è discusso di comunicazione. Un altro aspetto, ultimo ma non per questo meno importante, che l'Ucsi si pone come obiettivo associativo è quello di sostenere la partecipazione dei soci negli specifici organismi professionali ed ecclesiali anche a livello internazionale.
Qual è la sua visione del mondo giornalistico ed editoriale attuale in Italia?
Sento parlare molto spesso di mancanza di editori, cosiddetti puri, e di mancanza di capitali tali da favorire la crescita e lo sviluppo di organizzazioni editoriali capaci di favorire l'occupazione in questo ambito. Io penso che oggi il giornalismo italiano continui a poggiare, nei grandi numeri, su gruppi editoriali sempre più multimediali o crossmediali. Accanto a questi gruppi c'è tutta una galassia di medio-piccole realtà, comprese quelle diocesane, un argomento a me molto caro. Certamente non potrà mai dimenticare quanto mi disse una volta l'allora presidente regionale dei giornalisti del Lazio che mi diede in mano il tesserino da praticante. Spulciando i miei documenti e vedendo che ero sardo, esclamò: purtroppo, se vorrà fare davvero il giornalista, sappia che non avrà altre alternative se non quella di esercitare la professione a Roma o a Milano. Lo guardai un po' di traverso, lo ammetto, però, a distanza ormai di nove anni dall'accaduto, mi rendo conto che ancora c'è questa tendenza a vedere il grande giornalismo tra la capitale politica e quella economica nazionale. Ma, esercitando il mestiere di giornalista in periferia, diciamo così, mi rendo altrettanto conto che oggi ci sono realtà giornalistiche dove si può fare e si diventa giornalisti. Realtà marginali forse, ma non per questo meno importanti, a meno che non vogliamo definire di poca importanze il locale. Lungi da me definirlo tale, ovviamente. Sarà poi una mia impressione, ma il cosiddetto citizen journalism, il giornalismo fatto, mi si passi il termine, fatto dal «tizio per strada», non mi sembra sia diventato così imponente, come si diceva fino a poco tempo fa, e in grado addirittura di far tremare i colossi dell'informazione. Noto invece che sempre più i grandi network, su internet, usano la formula «acchiappa clic», che, di per sé, non toglie nulla la notizia, la rende solo più accattivante.
Cosa caratterizza un giornalista cattolico? Deve avere delle prerogative di interesse e indagine o si distingue per i presupposti con cui lavora?
Tendo più personalmente alla seconda opzione. Per quanto mi riguarda, chi si definisce giornalista cattolico deve esserlo anzitutto nei toni: usare termini sguaiati, sensazionalistici o ancora espressioni forti non aggiunge nulla al racconto. Lo rendono solo urlato, e sappiamo benissimo che un tono urlato lascia il tempo che trova. La voce ferma invece ritengo sia una caratteristica che debba possedere un giornalista cattolico: non fermi nelle proprie posizioni, ma in grado di ribadire la propria posizione, senza fare sconti a nessuno. «Sia invece il vostro parlare sì, sì; no, no; il di più viene dal maligno», ci dice il vangelo di Matteo. Certamente c'è poi una componente legata alle prerogative di interesse o di indagine, legate all'attenzione alle periferie, agli ultimi, alle belle e alle buone notizie che accadono nelle nostre realtà. Alcuni editori sostengono che con queste notizie i giornali non vendono e restano nelle edicole, ma ci si dimentica che il giornalismo ha una funzione educativa verso il lettore e francamente mi sfugge questa funzione se riempiamo i giornali di gossip o di cronaca nera con dovizia di particolari.
Le dimissioni di mons. Viganó sono state repentine e inattese. Come é possibile comprendere questa vicenda così delicata nei suoi tratti?
Una domanda difficile questa. I presupposti sono noti a tutti, quindi non mi ci soffermo. Si sa che quando si commette un errore chi paga è chi sta al vertice. Questo, in linee estremamente essenziali, è ciò che è accaduto. Non vedo nessuna dietrologia come alcuni giornali si sono divertiti a fare ricamandoci sopra lotte di potere, fine di idilli o, peggio ancora, rivalità in seno al Vaticano. Anche in questo caso si sono alzati i toni e si è voluto vedere uno scandalo. Liberi di pensare ovviamente che ci sia, ma, e in questo sono vicino alle molte posizioni espresse da vaticanisti e da colleghi ben più illustri e blasonati di me, non vedo alcuno scandalo.