A osservare i guerrieri di terracotta esposti nel Centro Studi Giovanni Lilliu di Barumini si viene subito rapiti dal fascino e mistero che evocano al nostro sguardo, spesso estraneo a modelli plastici che sono troppo lontani da noi, dalla nostra cultura di riferimento della nostra grande madre Grecia.
Soffermarsi attoniti e riflettere su questo disorientamento suscitato dall’alterità, dal senso del diverso, è già un buon principio per accorciare le distanze che ci separano da altre civiltà, spingendoci verso quella mitica porta che segna appena l’ingresso al mondo della conoscenza, metafora di luce e di bene, utile per comprendere linguaggi e ripulirsi dall’ignoranza definita dal mistero e dalla meraviglia. Se di queste possenti e austere sculture ne abbiamo già sentito parlare in passato, possiamo ora cogliere l’occasione di andare finalmente a vederle.
La mostra avvicina e mette in dialogo mondi lontanissimi, come appunto quello nuragico e cinese. Si intitola Le armate immortali. Il potere e le armi dall’Oriente all’Occidente e si inserisce nell’ambito dell’Expo della cultura 2024, inaugurata a Barumini gli scorsi 30 novembre e 1 dicembre.
Ma non è l’unica iniziativa proposta, infatti nel poderoso Centro Studi intitolato all’illustre archeologo, sorto proprio poco distante dal maestoso complesso Su Nuraxi, vi sono allestite anche altre due esposizioni, entrambe dedicate alla figura di Giovanni Lilliu, che ne celebrano e ripercorrono le tappe, anche private e intime, di vita e lavoro. La figlia Caterina, ideatrice e curatrice assieme ad Andreina Ghiani e Gianfranca Salis, spiega che da Oriente a Occidente la storia dei popoli ci ha lasciato un patrimonio di testimonianze relative al mondo della guerra, e in generale del conflitto per armi, in larga misura causati da ambizioni di potere e da contese finalizzate al dominio su territori e genti. Sembrerebbe che a distanza di oltre duemila anni nulla sia cambiato e che le ambizioni e i problemi si ripetano uguali nella sostanza ma diversi nella forma e nel nome.
I musei hanno maturato la facoltà di creare narrazioni accostando tempi e materie diversi sotto lo stesso cielo, generando e rielaborando esiti comunicativi accattivanti e innovativi, utilizzando peraltro gli strumenti fantasmagorici che la tecnologia odierna offre. Questa mostra, che si compone di tantissimi reperti provenienti da diverse collezioni, come la Collezione Villa Santa e la Pusceddu Capai del Polo museale sanlurese o ancora quella del Museo d’arte Siamese Stefano Cardu del sistema museale Musei Civici di Cagliari, ci obbliga a pensare, a noi tutti incardinati nell’idea di una civiltà nata tra Mezzaluna fertile, Egitto, Grecia e Roma, che c’è una alterità, scrive Paolo Giulierini autore di alcuni testi dell’esposizione.
Ma chi erano davvero questi Guerrieri? Partendo dall’oggetto, dalla scultura, il visitatore è in grado di compiere un viaggio a ritroso ed orientarsi, per mezzo dei numerosi apparati di sala, nella storia e nella forza leggendaria del popolo cinese. Stiamo parlando dell’esercito dell’imperatore che volle l’edificazione della Grande Muraglia, siamo dunque nel III sec. a.C., e più precisamente ci ritroviamo in un arco temporale abbastanza ristretto, visto che Qin Shi Huangdi visse soltanto 49 anni, dal 259 al 210 a.C. È il primo imperatore della storia della Cina, ricordato per avere avuto la capacità di unificare 5 regni. Con lui si inizia a parlare di imperatori, non più di sovrani, e come tale aveva maturato una forza militare ineguagliabile.
L’area archeologica nella quale sono stati rinvenuti casualmente da alcuni contadini cinesi dei frammenti dell’esercito di terracotta è stata scavata a partire dal 1974 e si estende per circa 56 km quadrati. Assieme alle statue erano presenti oltre 40 mila armi di bronzo, tutte vere: spade, archi, frecce, lance, balestre. L’imperatore Qin aveva pensato proprio a tutto prima della sua dipartita e aveva fatto replicare perfino cucine, palazzi e bighe ornate d’oro, insomma tutto ciò che del mondo terreno gli apparteneva. Quando si muore si muore soli. Una mostra, anzi tre, da non perdere, visitabili fino a giugno.
Antonello Carboni