Sabato, 18 Aprile 2026

«Celebriamo la 47ª Giornata Nazionale per la Vita nel contesto del Giubileo: tale coincidenza ci sollecita ad assumere l’orizzonte della speranza». Così i Vescovi italiani nell’attinente messaggio annuale.

di Stefano Mele


Viene subito in mente il detto popolare: finché c’è vita, c’è speranza! Senza speranza, infatti, non si può vivere. La vita tende intrinsecamente alla propria conservazione, al proprio sviluppo, alla sua piena fioritura.

A livello biologico si scontra con limiti evidenti e dopo una fase di crescita segue un inesorabile declino; ma contro tali limiti, nell’essere umano, a livello spirituale, la vita desidera, attende, spera l’eternità. Vivo dunque spero, potremmo dire, dato che, come notava Giacomo Leopardi, persino la disperazione contiene speranza; persino chi intende togliersi la vita nutre una speranza, quella di liberarsi da una sofferenza non più sopportabile; nella morte si cerca erroneamente, ma ancora, vita. È necessario ricordare ancora che la vita è per ciascuno di noi il bene fondamentale, senza il quale non si può sperare e quindi godere nessun altro bene. Finché esisto posso sperare in qualcosa di buono per me o da donare agli altri, posso dare un senso al tempo presente che vivo, proteso verso un futuro che ha ancora senso vivere.

D’altra parte, per la loro stretta relazione, possiamo scambiare i due termini del noto proverbio, esprimendo la stessa verità, ma da un complementare punto di vista: finché c’è speranza, c’è vita! Perché, come notano i Vescovi, la multiforme e diffusa esperienza del male, personale e sociale, «induce molti – soprattutto i giovani – a guardare al futuro con preoccupazione, fino a pensare che non valga la pena impegnarsi per rendere il mondo migliore e sia meglio evitare di mettere al mondo dei figli». Grazie al contatto quotidiano con i giovani, nel mio lavoro di insegnante, posso confermare la presenza di questo atteggiamento rinunciatario, disperato, che si lega naturalmente a «logiche ispirate all’utilità immediata, alla difesa di interessi di parte o all’imposizione della legge del più forte». Perciò «abbandonare uno sguardo di speranza … conduce inevitabilmente a uno scenario di morte».

Se è vero che vivere e sperare vanno di pari passo, entrambe sono affidate alla nostra cura. Hanno bisogno di essere riconosciute come valori, fondamentali quanto fragili; di essere liberamente scelte, preservate dai pericoli, costantemente alimentate, sia a livello personale che sociale e politico. Dobbiamo manifestare maggiore apprezzamento per la vita, e quella umana, la nostra, in modo speciale, dal suo inizio fino al suo termine naturale. Dobbiamo prendercene costantemente cura, in tutti; favorendone il pieno e naturale sviluppo, che a livello spirituale è sempre possibile, anche quando è biologicamente incipiente o in declino, ferita, morente. «La speranza si manifesta in scelte che esprimono fiducia nel futuro; ciò vale non solo per le nuove generazioni: “Guardare al futuro con speranza equivale ad avere una visione della vita carica di entusiasmo da trasmettere” (SnC 9)».

Oltre al sostegno economico e sociale alla natalità, alla presentazione della maternità e paternità quali esperienze che favoriscono la realizzazione personale, occorre educare «a una generatività e a una genitorialità non limitate alla procreazione, ma capaci di esprimersi nel prendersi cura degli altri e nell’accogliere soprattutto i piccoli che vengono rifiutati, sono orfani o migranti “non accompagnati”». Bisogna educare al rispetto della dignità di ogni essere umano, all’apprezzamento di ogni forma di vita, e testimoniare che solo così si trova il gusto e il senso della propria. «La Scrittura – concludono i Vescovi – ci presenta un Dio che ama la vita: la desidera e la diffonde con gioia in molteplici e sorprendenti forme nell’universo da lui creato e sostenuto nell’esistenza; ama in modo particolare gli esseri umani, chiamati a condividere la dignità filiale e ad essere partecipi della stessa vita divina».

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