Domenica 24 gennaio nella Cattedrale di Oristano, alle 10, si celebra una messa di suffragio per mons. Pintor nel trigesimo della sua scomparsa. Noi lo ricordiamo attraverso la testimonianza di don Paolo Baroli.
Guardarsi negli occhi trasparenti con lo stupore e la gioia di un bambino davanti a un dono non atteso. Affidarsi con fiducia indifesa alla persona amica senza nulla domandare. Comunicare nel silenzio e nel pensiero, al di là delle parole, come libro aperto di una vita raccontata e di un dono condiviso. Sapersi segno del Dio amico e vicino, per amare tutti; come Lui, senza attendere risposta. Camminare insieme su strade anche diverse senza sentirsi soli: per seminare sempre fraternità e speranza.
In questi giorni ho riletto più e più volte queste parole con cui don Sergio descriveva in un suo scritto, Per dire Speranza, l’essenza dell’amicizia. In esse, insieme alla profondità e alla tenerezza che lo caratterizzavano, ritrovo ben rappresentata l’esperienza del rapporto di amicizia di cui mi ha fatto dono e per la quale gli sarò sempre riconoscente.
Fin da ragazzo ho avuto modo di incontrarlo diverse volte, quando rientrava da Roma e veniva a celebrare l’Eucarestia in Cattedrale, nostra parrocchia di origine. Memore dell’antica amicizia che lo legava ai miei nonni, aveva sempre uno sguardo e una parola affettuosa nei miei confronti di giovane ministrante.
Fu lui il primo a scorgere, apprezzare e valorizzare in me, guardandomi negli occhi con lo stupore e la gioia di un bambino davanti a un dono non atteso, i primi segni della vocazione al ministero presbiterale e a incoraggiarmi a rispondere senza paura, con fiducia e con amore alla chiamata del Signore, assicurandomi il sostegno della sua preghiera e della sua amicizia. Ho così scoperto in don Sergio un segno del Dio amico e vicino, un compagno di cammino a cui affidarmi con fiducia indifesa, un punto di riferimento che da allora mi ha accompagnato con discrezione, affetto e premura, un testimone credibile dell’amore di Dio e della gioia di donarsi per l’edificazione della Chiesa.
Negli anni del suo episcopato a Ozieri e in modo ancor più intenso e frequente nei primi anni dopo il suo rientro a Oristano abbiamo potuto condividere gioie e sofferenze, fatiche e speranze, lutti e momenti di allegria, conversazioni edificanti sull’esigenza di una formazione del clero e dei laici capace di coinvolgere la totalità della persona umana e riflessioni profonde su una pastorale che tenga sempre presenti i criteri dell’essenzialità, della fraternità, della carità e della missione. In molte occasioni ho potuto apprezzare la maturità della sua empatia e della sua umiltà, l’amabilità della sua ironia e la grande sapienza e intelligenza di cui la sua capacità di autoironia era segno.
Custodisco nel cuore le sue confidenze e i momenti di preghiera condivisi. Negli ultimi tre anni, a causa della malattia, il suo sguardo era diventato insieme al suo sorriso il canale di comunicazione più eloquente, da cui continuavano a trasparire la sua bontà, il suo affetto e la sua sapientia cordis. Attraverso di essi riusciva a comunicare nel silenzio e nel pensiero, al di là delle parole, come libro aperto continuando a seminare fraternità e speranza.
Sono sicuro che adesso non farà mancare dal cielo il sostegno della sua preghiera a tutti coloro che ha amato, perché quanto ci ha dato come esempio possa essere custodito, alimentato e donato ad altri.
Credo che la forza dell’essere amici in Cristo si manifesti nel suo perdurare oltre le dimensioni dello spazio e del tempo, che un giorno ci ritroveremo e per sempre saremo con il Signore (1Ts 4,17).
Paolo Baroli