Sicuramente ognuno ha rivisto il suo percorso scolastico e non solo: chi non ha incontrato bulli, vittime, complici veri o potenziali? Spesso, però, i discorsi, in queste occasioni, sono un po’ stereotipati… Ci si sofferma generalmente sulla personalità del bullo, sulla vittima e si ascolta come se il discorso, in fondo, non ci riguardasse, non siamo stati mai bulli e neanche vittime! E invece, il bullismo può riguardare anche me, ognuno di noi. Non intervenire, non parlare e stare a guardare è una forma di bullismo, è un voler chiudere gli occhi, un rifiutarsi di salvare qualcuno, a volte per paura, altre per il semplice motivo di non volerlo fare. E così ho ripensato a quella volta in cui entrai a scuola e mi sedetti a fianco della mia migliore amica, unica e speciale. Si chiama Giulia. Con lei riuscivo a parlare di tutto, senza sentirmi giudicata, mi ascoltava e mi capiva più di chiunque altro. La classe in cui ci trovavamo era un po’ particolare, non solo vivace come la reputavano i docenti. Alla ricreazione, come al solito, la professoressa scese al distributore per prendersi il caffè. Durante la sua assenza accadde una cosa; la mia amica si ritrovò circondata dai nostri compagni di classe, non poteva muoversi, era in trappola. Chinò il capo, i suoi capelli lunghi e lisci le coprirono il viso, non vidi nessuna espressione, ma poi spostò i suoi capelli dietro l’orecchio, il suo sguardo era puntato su di me, sembrava che chiedesse aiuto ma io non potei far nulla o meglio non ci riuscii, mi sentivo come se i piedi fossero attaccati al pavimento con la colla, temevo il peggio, non era la prima volta che si comportavano da mostri nei suoi confronti. La presero a pugni, schiaffi, spintoni contro al muro e ai termosifoni, insulti a causa della sua microcitemia e tanto altro. L’altra parte dei componenti della classe rise, i miei compagni non fecero altro, la cosa mi faceva star male ancora di più. Lei non disse una parola, il fatto mi preoccupava, mi sentivo in colpa, volevo urlare, farli smettere ma l’unica cosa che riuscivo a fare era stare in piedi. Una volta che il branco si allontanò insieme agli spettatori, lei era ancora lì, ferma, che si dondolava su se stessa, con un filino di voce si ripeteva di essere un errore. Io l’abbracciai e in poco tempo mi ritrovai le lacrime agli occhi. Le chiesi scusa, ma lei non mi ascoltò, continuava a ripetere quelle parole, parole che nessuno deve rivolgere a se stesso. Riuscii a farla alzare, la accompagnai in bagno, il suo corpo era pieno di segni, prova di una crudeltà troppo grande per non essere notata. A quella vista non riuscii a trattenermi e piansi, piansi un’altra volta. Ora avevo una nuova consapevolezza: il mio silenzio, la mia passività avevano aggravato il suo disagio. Un mio intervento al suo fianco avrebbe potuto fare la differenza agli occhi suoi e dei miei compagni. Il bullismo può essere contagioso, è vero! Ma anche un gesto o una parola di condanna spesso fanno la differenza! Il bullismo non va mai sottovalutato. Anche il silenzio è bullismo. Ora ho imparato.
Elisabetta Mura, Sarah Licheri, Roberta Pes - Liceo Scientifico Ghilarza