Archiviato anche il 13° cammino nel Guilcier-Barigadu, andata e ritorno, da Tadasuni a Soddì, passando per Zuri. Vi hanno preso parte, domenica 23 gennaio, 45 pellegrini, ben equipaggiati, date le rigide temperature che hanno colpito la Sardegna la scorsa settimana.
All'intorno, innevati, il Montiferru, Monte Gonare e la catena del Gennargentu, colorano di bianco una Sardegna raggiunta dalle prime nevi del 2023, dopo un'estate che pareva non finire mai.
Il gruppo, per dar inizio al cammino, si è ritrovato presso la chiesa campestre di San Michele arcangelo. Ad accogliere i pellegrini, il parroco don Antonio Campus, che ha dato il benvenuto anche a nome della comunità, fornendo poi le note essenziali sulla piccola chiesa, col tetto in canne, risalente al XVIII secolo. "Più di una volta - racconta il parroco - la chiesa è andata in rovina. E, tuttavia, è stata sempre ricostruita, grazie alla generosità della comunità di Tadasuni. Vi trovate in un luogo di pace e di preghiera, che regala un bel panorama sul lago, sulle colline lussureggianti e sui paesi all'intorno".
Dopo la preghiera del pellegrino e la benedizione di don Antonio, ha avuto inizio il cammino, dapprima in salita, e poi in piano, lungo i sentieri attraversati stavolta dalla corsa sfrenata di un gregge con i cani al seguito. All'intorno, il verde dei campi, raggiunti dai tiepidi raggi del sole del primo pomeriggio, regalano effetti di grande nitidezza e brillantezza seppure risultino incapaci di scaldare i camminanti, che ringraziano, tuttavia, perché la tregua meteo permette il cammino.
Dopo appena mezz'ora di cammino, ecco Zuri, il borgo con la splendida chiesa romanica di San Pietro (XII secolo). Una brevissima sosta, giusto il tempo per una foto dinanzi alla facciata, prima di ripartire per Soddì, in attesa di incontrare più tardi Barbara, la custode che accoglie e trasmette a pellegrini e turisti la storia dolorosa di una comunità che un secolo fa (1924) ha dovuto lasciare il proprio paese per permettere la creazione dell'Omodeo. Lungo il cammino, lo sguardo è continuamente rivolto alla superficie del lago.
Nel mentre si cammina, si ammira e si loda il Creatore per tanta bellezza; tra i pellegrini anche Maddalena di Terralba e altre tre di Ghilarza, tutte appassionate dei cammini, della compagnia e della scoperta di nuove storie legate ai piccoli borghi come quella di un ricco svizzero che, giungendo a Soddì negli anni Cinquanta, s'innamorò del posto e decise di regalare a sue spese una scuola materna. Nel tempo poi passò al Comune e, in tempi recenti, per mancanza di bambini, divenne pizzeria.
Si prosegue e in breve si raggiunge la parrocchiale. Nel sagrato, i tre bagolari ancora spogli. Uno di questi si apre in tre tronconi, di cui il più grande viene sostenuto da un tronco fossile di 20 milioni di anni fa appartenente alla foresta pietrificata, che si trovava dove ora è il lago. La chiesa, a chi ha occhi per vedere, regala bellezza. All'interno, la scelta di adoperare la pietra locale ha permesso di creare le arcate della navata centrale in trachite rossa e quelli delle cappelle laterali in basalto. Interessante, infine, la chiusura a tholos del piccolo campanile e, infine, non ci sono parole per descrivere cosa si prova quando si esce dalla chiesa e gli occhi si tuffano direttamente nelle acque del lago.
La bellezza della chiesa e la bellezza della natura nutrono lo spirito e i sensi a dismisura. Il viaggio continua lungo i vicoli del paese sino a giungere alla chiesa campestre della Maddalena. Nel piazzale vi sono piantati una quindicina di tronchi fossili, uno di questi supera i 2,5 metri. I pellegrini, diversi dei quali non avevano mai visto il sito, restano senza parole nel fare un tuffo indietro sino al Miocene. Lo stupore poi cresce quando si entra dentro e si scopre che l'altare e il tabernacolo hanno come base due tronchi fossili. Furono collocati nel 1983 alla presenza del vescovo Giovanni Pes.
Non c'è tempo per visitare il nuraghe Sant'Anastasia per cui, dopo la preghiera per la terra e le buone pratiche suggerite dalla Laudato Si', si opta per una breve sosta al lavatoio pubblico in basalto. In 30 minuti, a passo lento, si raggiunge San Pietro di Zuri. Ad attenderci Barbara. Felice di accogliere quanti visitano la loro chiesa. Il gioiello sopravvissuto, come Mosè, alle acque del Faraone. Ciò che colpisce nella sua narrazione non sono gli aspetti artistici e storici legati alla costruzione della chiesa bensì il dramma vissuto dai suoi antenati che, con dolore e lacrime, dovettero per forza lasciare le loro case, i pascoli fertilissimi e la floridissima attività di pesca praticate da sempre nel Tirso per far sì che divenisse realtà l'invaso più grande d'Europa, inaugurato dal Re Vittorio Emanuele III il 28 aprile 1924. Si commuove e dice quanto gli costi raccontare i patimenti subiti. Tra i vari episodi, racconta la storia di tzia Antonica che resistette imperterrita e non si mosse dalla sua casa sino a quando l'acqua non la raggiunse dentro casa; per non parlare delle ingiustizie legate ai risarcimenti elemosina, al divieto alla pesca e all'esodo che dovettero affrontare gli abitanti che su trenta carri misero le masserizie da salvare. Conclude invitando tutti a ritornare a settembre per visitare con lei il posto esatto dove sorgeva l'antico borgo di Zuri: "Vi aspetto".
I pellegrini in coro glielo promettono, ritorneranno. "Sono questi racconti - afferma don Ignazio - ciò che rendono i cammini attorno al lago unici perché raccontati da chi vive, ama e narra le storie di oggi con trasporto avendole sentite raccontare dalla viva voce dei genitori e nonni mentre sugli occhi scorrevano ancora le lacrime come se rivivessero in quel momento la tragedia di allora".
Usciti dalla chiesa, diversi da quando si era entrati, i pellegrini fanno tappa alla struttura dove Barbara mostra le foto della chiesa e del paese prima della traslazione. Poche case, poca gente, tanti bambini, tetti diroccati, la piana fertile col Tirso che scorre placido, la finestra senza vetri della chiesa rovinata dalle intemperie, i piedi scalzi, una donna avvolte come avesse il burka, il cagnolino con accanto il suo padrone sono dettagli che ci parlano di una comunità che di lì a poco vedrà la sua vita cambiare radicalmente. I pellegrini salutano e ringraziano Barbara con la promessa di rivederci a settembre e nel riprendere il cammino verso San Michele i discorsi con i compagni di viaggio non possono che essere per gli abitanti di Zuri di un secolo fa e su come il progresso non significhi benessere, specie per chi si vede costretto a pagare il prezzo più alto di questa trasformazione.
Il prossimo appuntamento in calendario, il 14°, si terrà a Paulilatino e nel sito archeologico Santa Cristina. Si visiterà il centro storico con le sue 4 chiese, il Museo etnografico Atzori e quindi si percorrerà il cammino dei novenanti per giungere, dopo 5,5 km al villaggio di Santa Cristina per la visita guidata (tiket) al pozzo, alle tombe dei giganti, al nuraghe e chiaramente alla chiesa e ai muristenes.