Il 27 Gennaio del 1945 l’Armata Rossa entra ad Auschwitz, il generale Vasilij Petrenko racconta: non avevamo la minima idea di quello che ci saremmo trovati davanti.
di Chiara Miscali
Ciò che abbiamo visto non si può immaginare nemmeno in un incubo; migliaia di scheletri viventi che non avevano nemmeno la forza di tenere in mano un cucchiaio.
È il giorno della liberazione, il giorno in cui la vita sarebbe dovuta sembrare un po’ più vita, eppure, di questa non ve n’era traccia. Solo scheletri raccontano, e i russi, davanti a quel massacro di carne e di spiriti, ebbero paura.
Due cose, credo, accaddero: dapprima l’incredulità ghiacciata e muta di chi vede l’inferno, e poi un combinato di paura e di rabbia. Dover credere che l’uomo può essere annullato, reciso, scomposto, e dover prendere atto che è sempre un altro uomo che annulla, recide, scompone, è la verità da cui, in principio i russi furono schiaffeggiati, e poi il mondo intero. E l’eco di quell’impatto, le bruttezze dell’uomo che s’infrangono sull’uomo stesso, riecheggia ancora. È un bene che accada. Promettiamoci di farlo accadere per sempre. Serve a questo la memoria, non tanto a ricordare quanto a ripercorrere, perché ricordare è atto passivo e percorso individuale, ma ripercorrere è atto quasi fisico.
Significa attraversare la storia e le menti degli uomini, di chi ha subito, di chi ha visto, di chi ha fatto. Fa male indipendentemente dall’angolazione in cui la si guardi, questa scena. Perché lo schiaffo arriva comunque, quasi un tuono, un lampo. E ripercorrere significa anche farsi del male, sottoporsi a un supplizio, condannarsi a sapere e a non poter lasciare andare certe immagini, certi suoni, certe parole. Primo Levi intitola uno dei suoi libri Se questo è un uomo, un’ipotesi che pare più una domanda, una provocazione, che ha il suono lacerato di una voce quasi spenta, che con l’ultimo soffio chiede: ditemi, se avete coraggio, se questo vi sembra un uomo.
La risposta è universale: no, non lo è. La riflessione che ne consegue è uno dei primi schiaffi morali che l’infanzia sferra senza pietà: si può essere uomini senza esserlo davvero, solo perché qualcun altro, arbitrariamente, ha deciso che non ne avevamo il merito. A seguito, poi, gli echi sordi e moralmente disturbanti che l’intera industria del cinema continua a proporre. Film che a volte sanno di speranza, e altre solo di terrore. Ma fanno male in ogni caso. Poi i libri dei sopravvissuti, le testimonianze, i discorsi. Chi ha visto e non può dimenticare, cerca, come può, di portare il resto del mondo dentro a quel tunnel scuro, scavato non dalla Storia, ma dall’uomo stesso. È una galleria senza via d’uscita, che va tenuta aperta come una ferita sulla superficie del mondo, della storia e dell’umanità.
Riempirla di terra annullerebbe quello che è stato, e il rischio è così grande che nessuno nemmeno ci tenta: perché l’uomo dimentica troppo in fretta, se non c’è qualcosa a ricordargli il male e le sue conseguenze. Quindi, quella galleria, la si percorre. Si deve sentire tutto sulla carne perché si abbia paura. E la paura è uno dei pochi freni che l’uomo ha: incatena, preserva, preclude. Nella galleria l’eco del male si sente nitido, tanto che una volta lasciata quella caverna alle spalle, quei suoni, che poi sono odori, sensazioni, gusti, non abbandonano più nessuno. Ed è giusto così. Il dolore è necessario: unico strumento perché l’uomo prenda atto dei mostri che ha dentro, degli inferni terreni, delle guerre effimere che combatte contro sé stesso.
E così cerca la pace.