Lunedì, 11 Maggio 2026

 

La Veglia Pasquale, che tutte le comunità celebrano durante la Notte Santa della Resurrezione del Signore Gesù, è il cuore e il centro di tutto l’anno liturgico. Non possiamo dirci cristiani se non viviamo in pienezza questa celebrazione: il mistero pasquale, che celebriamo nei giorni del Triduo e in ogni preghiera liturgica della Chiesa, si pone al centro della nostra fede come fondamento sicuro e colonna portante di tutta la vita cristiana...

di Tonino Zedda

Proprio perché il Signore è risorto dai morti possiamo credere nel suo vangelo di salvezza, possiamo vivere con gesti concreti il suo amore, possiamo sperare fiduciosi nella vita eterna. Il Messale Romano, nella parte finale dell’introduzione alla Veglia pasquale, offre alla comunità cristiana la chiave fondamentale che apre, con parole suggestive, i misteri pasquali: Cristo risorto confermerà in noi la speranza di partecipare alla sua vittoria sulla morte e di vivere con lui in Dio Padre. La Veglia, per la sua ricchezza simbolica e di contenuti, avrebbe bisogno di un approfondimento molto lungo e articolato. In questa nostra rubrica mi sono permesso di sottolineare alcune parole e alcuni segni (il fuoco, l’acqua, il cero e il pane). Tra tutto il prezioso e abbondantissimo materiale eucologico della Veglia, voglio soffermarmi, infine, sul grandioso inno che viene solennemente cantato davanti all’assemblea che, in piedi, con le fiaccole accese dal cero pasquale (luminis adornata fulgoribus) ascolta estasiata. Il Preconio pasquale, chiamato anche Exultet (dalle prime parole dell’inno) annuncia la risurrezione di Cristo: è un poema di rara bellezza e di gioiosa vittoria: un concentrato evangelico che esprime, in modo meravigliosamente suggestivo, la fede dei discepoli del Risorto. Questa è la notte in cui Cristo, spezzando i vincoli della morte, risorge vincitore dal sepolcro. È una notte beata, veramente gloriosa, una notte di grazia - come continua il testo dell'Exultet - in cui la tristezza della morte viene spazzata via dall'esultanza della risurrezione. Il beato Paolo VI sottolineava la bellezza e l’importanza del preconio con queste parole: Chi ha seguito il canto dell’Exultet, che è forse il più lirico, il più bello dei canti della liturgia cristiana, avrà sentito echeggiare le parole e gli insegnamenti della primissima teologia, quella di S. Paolo, che ha trovato nelle formule di Sant’Agostino e di Sant’Ambrogio le sue espressioni più alte e più paradossali: O felix culpa! (felice colpa). Era necessario che l’uomo cadesse per avere un tanto Redentore! Non sarebbe servito a nulla avere la vita naturale se non ci fosse stata poi largita la vita soprannaturale. Il dualismo, dunque, fra tenebre e luce, tra la vita e la morte, tra la storia di Cristo che soffre e dà la vita per noi e quindi la riprende per aprirci il cammino verso l’eternità. Tutto questo deve offrire alle nostre anime argomento di riflessione e davvero colmare i nostri spiriti di una moltitudine di pensieri, che riprendono il loro ordine risalendo precisamente al dualismo del bene e del male, della grazia e del peccato, della vita e della morte. Il cero luminoso, frutto della maestria delle api e dell’ingegno umano, diventa una chiarissima realtà che dobbiamo sempre contemplare e cercare di realizzare. Queste realtà ci verranno ripresentate, per essere approfondite, sviluppate e vissute ulteriormente, in tutto il Tempo pasquale fino alla Pentecoste: illuminati dal Triduo (faro sorgente di luce) siamo chiamati a celebrare, come fosse un solo giorno di festa lungo cinquanta giorni, il grande evento della Risurrezione del Signore.

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