Martedì, 23 Luglio 2019

Progetto1

Per quanto riguarda la possibile descrizione della fine del mondo, la teologia considera l’evento stesso, non il modo con cui le diverse categorie scientifiche, culturali, storiche interpretano questo evento...

di ✞ Ignazio Sanna

Il Vaticano II ha affermato che noi "ignoriamo il tempo in cui avranno fine la terra e l'umanità e non sappiamo in che modo sarà trasformato l'universo. Passa certamente l'aspetto di questo mondo, deformato dal peccato. Sappiamo però dalla rivelazione che Dio prepara una nuova abitazione e una terra nuova, in cui abita la giustizia, e la cui felicità sazierà sovrabbondantemente tutti i desideri di pace che salgono nel cuore degli uomini" (GS, 39).

La scienza ricorre a ipotesi, prive di consenso universale, perché non verificabili empiricamente e continuamente modificabili, mentre la teologia ricorre a certezze, condivise da tutta la comunità cristiana, perché basate sull'autorità della Parola di Dio. A questo riguardo, in Sap 7,17-21, è Dio stesso che fa conoscere il mondo e la sua origine: "Dio stesso mi ha fatto conoscere come sono veramente le cose, mi ha insegnato la struttura del mondo e il gioco dei suoi elementi, la divisione del tempo in presente, passato e futuro, le diverse posizioni del sole e l'alternarsi delle stagioni. Ho conosciuto il ciclo dell'anno e la posizione delle stelle, la natura degli animali e l'istinto delle bestie feroci, i vari tipi di piante e il potere curativo delle radici, le diverse mentalità e gli impulsi che stimolano l'uomo. Ho potuto conoscere le cose più nascoste come quelle più evidenti, perché la sapienza, artefice del mondo, mi ha istruito". Il profeta Isaia ricorda che Dio ha preannunziato gli eventi fin dall'inizio, ha predetto molto tempo prima quello che non è ancora accaduto, e farà quello che ha deciso (Is 46,10). Il salmista riconosce che Dio gli ha plasmato il cuore e lo ha tessuto nel seno di sua madre. Il suo corpo non ha segreti per Dio, perché l'ha formato di nascosto e l'ha ricamato nel seno della terra (Sal 139,13.15). La lettera agli Ebrei afferma che "per fede noi sappiamo che i mondi furono formati dalla parola di Dio, sì che da cose non visibili ha preso origine quello che si vede" (Eb 11,3).

Della fine, in modo particolare, la Parola di Dio ci offre delle anticipazioni profetiche e delle descrizioni simboliche. Le anticipazioni profetiche si trovano nel profeta Isaia, che descrive il futuro della natura come una condizione di piena armonia (Is 11,5-9); presenta l'azione salvifica di Jahwè come il compimento della sua opera creatrice (Is 42,5-9; 48,7); canta le meraviglie della nuova creazione, con gli stessi toni che riprenderà l'Apocalisse di Giovanni (Is 65,17-25). L'evento di Gesù è un'anticipazione profetica della fine nella proclamazione del Regno, nella salvezza dei corpi attraverso le guarigioni che ristabiliscono l'ordine della creazione, nelle tre risurrezioni che lasciano intravvedere la vittoria escatologica sulla morte, nella risurrezione di Gesù, che è segno e realtà della risurrezione generale promessa a tutti gli uomini.

Le descrizioni simboliche sono presenti nei discorsi di Gesù sulla fine dei tempi, fatti con linguaggio apocalittico, per trasmettere il messaggio della vigilanza e della perseveranza (Mt 24,4-36); nella descrizione dell'Apocalisse del mondo della risurrezione sotto la forma di un cielo nuovo e di una terra nuova (Ap 21,1-5). I cieli nuovi e la terra nuova sono una replica del paradiso originario, sono la dimora per un mondo riconciliato, in cui Dio passeggia tra gli uomini e con gli uomini, come faceva nel giardino dell'Eden, e sarà, quindi, veramente tutto in tutti. Queste descrizioni simboliche sono una finestra sul non rappresentabile, ed il senso del loro racconto è nell'assicurarci che la salvezza portata da Cristo non è limitata ai confini del nostro mondo, ma sfocia nell'eterno. San Paolo ci ammonisce che "se abbiamo speranza in Cristo solo in questa vita, siamo i più miserabili di tutti gli uomini" (1Cor 15,19).

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