Giovedì, 23 Maggio 2019

Progetto1

Nelle relazioni di Dio con gli uomini, la sua ira è la manifestazione del suo amore ferito, e non la negazione della sua misericordia...

di ✞ Ignazio Sanna

Nel discorso con cui ha concluso il summit del 21-24 febbraio sugli abusi sessuali sui minori, Papa Francesco ha affermato: “Fratelli e sorelle: nella rabbia, giustificata, della gente, la Chiesa vede il riflesso dell’ira di Dio, tradito e schiaffeggiato da questi disonesti consacrati”. Nell’udienza generale del 28 febbraio, ha aggiunto: “Non dire: La compassione di Dio è grande, mi perdonerà i molti peccati, e così io vado avanti, facendo quello che voglio. Non aspettare a convertirti al Signore e non rimandare di giorno in giorno perché improvvisa scoppierà l’ira del Signore. Non si è eterni – aggiunge - non si può pensare di fare quel che si vuole, confidando nella misericordia infinita di Dio”.

Dunque, secondo il Papa che chiama Dio con il nome di misericordia, questa stessa misericordia non è infinita, perché Dio può manifestare la sua ira. Ora, l’idea dell’ira di Dio non è facile da capire e accettare, e, perciò, va intesa nel suo vero significato. La difficoltà a essere capita la espresse in modo chiaro il gesuita Jean Daniélou, che, nel 1953, scrisse: “Poche altre espressioni urtano maggiormente le pudiche orecchie moderne. Già i giudei alessandrini ne arrossivano dinanzi ai filosofi greci e si sforzavano di attenuarne il significato. Oggi essa appare insopportabile a una Simone Weil che, come un tempo Marcione, contrappone il Dio d’amore del Nuovo Testamento al Dio di collera dell’Antico. Eppure l’amore si trova anche nell’Antico Testamento e la collera si ritrova nel Nuovo. Bisogna dunque accettare le cose così come sono: la collera è uno degli atteggiamenti del Dio biblico. E diremo di più: quest’espressione apparentemente antropomorfica è forse quella che contiene nel suo nocciolo la carica più densa di mistero e che ci aiuta a penetrare più a fondo nella trascendenza divina”.

Tra i Padri della Chiesa troviamo chi la giustifica presente in Dio, e chi si preoccupa di spiegarne il significato. Mentre Tertulliano, per esempio, scrisse che “Un Dio di sola bontà è un’assurda perversione. Se non contende e non si adira, se non si oppone al male, non ha più senso nulla: i comandamenti, le norme morali… tutto è uguale, tutto è permesso. Sarebbe un Dio disonesto verso la verità, che ha paura di condannare quello che condanna e di odiare quello che non ama. Un Dio che accetta, una volta compiuto, quello che non permette si faccia”. Sulla stessa linea, S. Ireneo sostenne che “il Dio solo buono, che mai si adira, è un assurdo. È incapace di relazione con l’uomo e con il mondo. È un Dio che non fa nulla e, dunque, non è nulla”. Origene, dal suo canto, cercò di precisarne la specificità: “Come la parola di Dio educa, così anche la sua ira educa, ed è necessario che Dio si serva di quella che viene chiamata ira come si serve della parola. E la sua parola non è come la parola di tutti. Di nessun altro, infatti, la parola è vivente; di nessun altro la parola è Dio; di nessun altro la parola era in principio presso Dio. Così anche l’ira di Dio non assomiglia all’ira di nessuno che sia in collera, e come la parola di Dio ha qualcosa di diverso rispetto alla parola di chiunque altro, così quella che viene chiamata la sua collera ha qualcosa di diverso e di estraneo rispetto a ogni tipo di collera di qualcuno che si adira”.

In ultima analisi, nelle relazioni di Dio con gli uomini, la sua ira è la manifestazione del suo amore ferito, e non la negazione della sua misericordia. “Qual è questa passione che per noi ha sofferto?” si chiede Origene, e risponde: “È la passione dell’amore. Anche lo stesso Padre e Dio dell’universo, longanime e molto misericordioso e compassionevole, non soffre forse anche lui in qualche modo? Ignori che quando governa le cose umane, condivide la passione umana? Lo stesso Padre non è impassibile. Se viene pregato, prova misericordia e compassione, soffre d’amore e si immedesima in quei sentimenti che, data la grandezza della sua natura, non potrebbe avere; per causa nostra sopporta le passioni umane”.

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