Giovedì, 23 Maggio 2019

Progetto1

In uno dei momenti di pausa dal lavoro mi è capitato di leggere su Facebook che i primi festeggiatori di compleanni della storia, a quanto pare, sarebbero stati gli antichi egizi, che in queste occasioni usavano omaggiare il faraone preparando per lui ogni sorta di prelibatezze...

di ✞ Ignazio Sanna

L’idea della torta, invece, sarebbe dei Persiani che erano abili pasticcieri. Sempre secondo questa ricostruzione dell’enciclopedia popolare, i Greci avrebbero ereditato queste due tradizioni fondendole nella celebrazione del compleanno di Artemide, dea della Luna, il sesto giorno di ogni mese. Per l’occasione i seguaci della dea preparavano una torta tonda e bianca, fatta con miele e farina, e la illuminavano con delle candele. Una volta finita, la torta doveva sembrare proprio una piccola luna e risplendere alla luce delle fiammelle. Nel corso della storia poi, il fuoco sulle torte che venivano preparate nei banchetti festosi serviva anche a tenere lontani gli spiriti maligni, che potevano guastare la festa. Per questo motivo alla fine delle celebrazioni le candele venivano spente con un soffio: a festa ormai finita gli spiriti malvagi si allontanavano da soli e il fuoco non serviva più! Successivamente in Germania nacque la tradizione di tenere accese tutte le luci di una casa nel giorno del compleanno di uno dei suoi abitanti. Questa usanza si tramutò poi nella festa del bambino, in uso nelle campagne tedesche. Il festeggiato che compiva gli anni veniva svegliato prestissimo dal profumo di una torta gigante preparata solo per lui. Su questa torta dovevano restare accese le candeline dalla mattina fino a sera dopo cena, momento in cui il bimbo spegneva le candele, pensava a un desiderio da realizzare e finalmente si poteva mangiare la sua fetta di torta! Questo rito si è mantenuto pressoché intatto fino ai compleanni nostri.

Fin qui la ricostruzione letta su Facebook, sulla quale non ho argomenti per condividerla o per contestarla. La prendo solo per esprimere un desiderio sul mio prossimo compleanno, che conclude il mio ministero episcopale nella Diocesi di Oristano. Normalmente, i desideri si esprimono all’inizio di una missione, di un lavoro, di una impresa. Si possono esprimere, però, anche a conclusione di un mandato, quando ci si volta indietro per vedere quanta strada si è fatta. Allora, sorgono pensieri di soddisfazione e pensieri di rimpianto. Vorrei lasciare da parte questi secondi, perché nella storia della salvezza personale non ci devono essere rimpianti ma solo ringraziamenti. La vita, la famiglia, il sacerdozio, la salute sono tutti doni di cui non si apprezza mai abbastanza il grande valore. Non tutte le nostre esperienze, tuttavia, sono state gratificanti e positive. Alcune pungono ancora come spine nel fianco dei ricordi e continuano a far soffrire. Però, d’una esperienza, in modo particolare, vorrei essere grato al Signore: la paternità spirituale. In tutti gli anni della mia docenza universitaria ho avuto sicuramente un rapporto di paternità intellettuale con le migliaia e migliaia di studenti che hanno frequentato le mie lezioni. Negli anni di episcopato, però, ho sperimentato la paternità spirituale soprattutto nel contatto con il mondo della sofferenza. Sentirmi chiamare “padre” da un sacerdote, da un seminarista, dall’impiegato d’un’agenza era un atto di galateo civile e istituzionale. Ma sentirmi chiamare “padre” da un malato terminale, da un vecchietto solo, da un ergastolano, faceva nascere in me un sentimento tutto particolare.

Allora, il desiderio che esprimo è quello di gratitudine per questa ricchezza interiore che mi è stata donata e di supplica perché non mi venga tolta. Incontrerò ancora persone che soffrono per mancanza di salute o mancanza di libertà. Vorrei guardarle non con l’aria indifferente dello studioso ma con il cuore del samaritano, che interrompe il viaggio per dire qualche parola di conforto, fare qualche passo di strada insieme. Avrò imparato a fare il vescovo. All’età di 77 anni. Meglio tardi che mai!!

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