Martedì, 23 Aprile 2019

Progetto1

Nel modo di concepire il rapporto Chiesa-mondo, due testi di Benedetto XVI e Francesco rivelano l’esistenza d’un nuovo paradigma. In base a questo, il passaggio da compiere non è più dalla Chiesa al mondo, ma dal mondo alla Chiesa...

di ✞ Ignazio Sanna

Ossia, non si prepara prima il contenuto di ciò che si deve dire e poi lo si annuncia al mondo; ci si lascia, invece, interpellare dalle domande del mondo e, a partire da queste, si cerca di dare una risposta attingendo le motivazioni dalla Parola di Dio. Più che dare risposte, quindi, si deve educare la domanda.

Papa Francesco, parlando ai redattori del quotidiano Avvenire, il primo maggio dell’anno scorso, ha ribadito che “c’è bisogno di dar voce ai valori incarnati nella memoria collettiva e alle riserve culturali e spirituali del popolo; di contribuire a portare nel mondo sociale, politico ed economico la sensibilità e gli orientamenti della Dottrina sociale della Chiesa, essendone, noi per primi, fedeli interpreti e testimoni.”

Ha chiesto di “stare lontani dai vicoli ciechi in cui si dibatte chi presume di aver già capito tutto; con la testimonianza del proprio lavorofarsi compagni di strada di chiunque si spende per la giustizia e la pace. Nessuno, ha scandito Francesco rivolto ai redattori, detti la vostra agenda, tranne i poveri, gli ultimi, i sofferenti. Non ingrossate le fila di quanti corrono a raccontare quella parte di realtà che è già illuminata dai riflettori del mondo. Partite dalle periferie, consapevoli che non sono la fine, ma l'inizio della città. Il comunicatore cattolico, ha elencato il Papa, rifugge le rigidità che soffocano o imprigionano. Non mette "in gabbia" lo Spirito Santo, ma cerca di lasciarlo volare, di lasciarlo respirare nell'animo. Fa sì che mai la realtà ceda il posto all'apparenza, la bellezza alla volgarità, l'amicizia sociale alla conflittualità. Coltiva e rafforza ogni germoglio di vita e di bene. Infine, il Papa ha auspicato che il quotidiano cattolico sappia “esprimere una Chiesa che non guarda la realtà né da fuori né da sopra ma si cala dentro, si mescola, la abita e, in forza del servizio che offre, suscita e dilata la speranza di tutti”.

Benedetto XVI, dal canto suo, rispondendo alla domanda d’un giornalista ceco su come la Chiesa possa contribuire al bene comune d’un paese molto secolarizzato, disse: “Normalmente sono le minoranze creative che determinano il futuro, e in questo senso la Chiesa cattolica deve comprendersi come minoranza creativa che ha un’eredità di valori che non sono cose del passato, ma sono una realtà molto viva e attuale. La Chiesa deve attualizzare, essere presente nel dibattito pubblico, nella nostra lotta per un concetto vero di libertà e di pace. Così, può contribuire in diversi settori. Direi che il primo è proprio il dialogo intellettuale tra agnostici e credenti. Ambedue hanno bisogno dell’altro: l’agnostico non può essere contento di non sapere se Dio esiste o no, ma deve essere in ricerca e sentire la grande eredità della fede; il cattolico non può accontentarsi di avere la fede, ma deve essere alla ricerca di Dio ancora di più, e nel dialogo con gli altri re-imparare Dio in modo più profondo. Questo è il primo livello: il grande dialogo intellettuale, etico e umano.

Poi, nel settore educativo, la Chiesa ha molto da fare e da dare, per quanto riguarda la formazione. In Italia parliamo del problema dell’emergenza educativa. È un problema comune a tutto l’Occidente: qui la Chiesa deve di nuovo attualizzare, concretizzare, aprire per il futuro la sua grande eredità. Un terzo settore è la "Caritas". La Chiesa ha sempre avuto questo come segno della sua identità: quello di venire in aiuto ai poveri, di essere strumento della carità. La Caritas nella Repubblica Ceca fa moltissimo nelle diverse comunità, nelle situazioni di bisogno, e offre molto anche all’umanità sofferente nei diversi continenti, dando così un esempio di responsabilità per gli altri, di solidarietà internazionale, che è anche condizione della pace”.

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