Martedì, 23 Aprile 2019

Progetto1

Sulla parabola evangelica della pecora smarrita e ritrovata abbiamo meditato tantissime volte, in diverse occasioni. Abbiamo ammirato soprattutto l’amore del pastore per il suo gregge e la sua infaticabile ricerca della pecora smarrita...

di ✞ Ignazio Sanna

Gli spunti di riflessione sono tanti. Io vorrei aggiungerne qualcunaltro richiamando l’attenzione su un particolare che viene normalmente trascurato:il luogo dove si trovano le pecore. Per San Luca queste sono nel deserto: “Chi di voi se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va dietro a quella perduta, finché non la ritrova”? (Lc 15,3-4). Per San Matteo le troviamo sui monti: “Se un uomo ha cento pecore e ne smarrisce una, non lascerà forse le novantanove sui monti, per andare in cerca di quella perduta”? (Mt 18,12-13). Nel vangelo apocrifo di Tommaso non c’è alcuna indicazione del luogo: “Il regno è come un pastore che aveva cento pecore. Una di loro, la più grande, si smarrì. Lui lasciò le altre novantanove e la cercò fino a trovarla”(Vangelo di Tommaso, 107). Come è facile constatare, in questi racconti non si parla mai di ovile o di qualsiasi altra forma di recinto. Eppure, quando noi commentiamo questa parabola parliamo sempre dell’ovile, come del luogo dove le pecore stanno al sicuro e ben custodite. I Vangeli, però, parlano di deserto e di monti, ossia di due luoghi aperti, non protetti, non chiusi.

Se applichiamo, ora, la parabola al comportamento di Dio nei confronti degli uomini, possiamo dire che Dio non ci mantiene al guinzaglio dentro un particolare recinto, non ci tiene rinchiusi sotto il suo controllo. Ci segue nel deserto e sui monti, due luoghi meno protetti in assoluto, e ci lascia liberi di seguire i nostri progetti, di affrontare gli imprevisti della vita. Il suo non è un amore che opprime, ma che lascia liberi anche di sbagliare e di ritornare sui propri passi. Sotto un certo punto di vista, è più meritevole un uomo che sbaglia e si converte, alla luce dell’esperienza collaudata di tanti santi, di un uomo che non sbaglia mai e, perciò, non conosce neppure la gioia del perdono.

Se il pastore non voleva correre il rischio di smarrire una sua pecora, bastava che le tenesse custoditein un recinto da dove era impossibile scappare. Ma il pastore si comporta da poeta, canta le sue speranze sotto il sole del deserto e abbraccia il mondo dall’alto dei monti. Anche il seminatore della parabola evangelica getta il seme su diversi terreni, incurante di dove esso cada. Il pastore e il seminatore sono persone libere e generose. Evocano il comportamento di Dio, che ama in uguale misura chi produce il cento, il sessanta, il trentaper cento dei suoi doni. Se Egli pagasse solo la quantità del lavoro fatto,non sarebbe il datore di lavoro evangelico, che “miete dove non ha seminato e raccoglie dove non ha sparso” (Mt 25, 26).

Nel racconto, poi, del ritrovamento della pecora smarrita si scontrano due logiche: la logica della statistica e quella del Vangelo. In base alla logica della statistica, nella parabola, risulta salvo il 99 per cento del gregge. In questo caso, se il pastore perde una pecora, non casca il mondo; possiede sempre 99 pecore. Nella logica dei grandi numeri, infatti, c’è sempre la possibilità di scartarne qualcuno. Nel comportamento del pastore che lascia le pecore al sicuro e va in cerca della smarrita, però, prevale un’altra logica e si manifesta l’amore per ogni singola pecora. In questo caso, non conta il numero, contano le pecore. Con il numero chiamano i carcerati, chiamavano i prigionieri dei campi di concentramento, chiamano i clienti che fanno la fila alle poste o alle banche, chiamano persino i malati nei letti degli ospedali. Dio, invece, chiama per nome. Davanti a Dio ogni persona è assoluta, vale il mondo intero. Il Concilio ribadisce che l’uomo è l’unica creatura che Dio ha voluto per se stessa (GS, 34). In conclusione, la parabola della pecora smarrita è la parabola di Dio che ama ogni persona in assoluto e per se stessa.

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