Lunedì, 19 Agosto 2019

Progetto1

 

Che cosa intendiamo quando parliamo della riforma della Chiesa? A suo tempo, Papa Giovanni XXIII introdusse nel lessico ecclesiastico la parola “aggiornamento”, definita da Paolo VI nella enciclica Ecclesiam Suam: “criterio direttivo del Concilio Ecumenico”, “stimolo alla sempre rinascente vitalità della Chiesa”, “vigile capacità di studiare i segni dei tempi”, “agilità di tutto provare e di far proprio ciò ch'è buono.”...

di ✞ Ignazio Sanna

Giorgio Campanini, in una conferenza a Stresa, ha scritto che il principio della Ecclesia semper reformanda è ricorrente in tutta la storia della Chiesa. Ma ha precisato che la formula conserva una certa ambiguità “in quanto da un lato ricorda alla comunità cristiana che l’ideale di una Chiesa tutta pura e tutta santa, «senza né macchie né rughe» (Ef 5,27) è ancora lontano dalla sua piena realizzazione; ma dall’altro esprime una sorta di rassegnata accettazione del fatto che questo ideale non è pienamente raggiungibile e che occorre costantemente confrontarsi con le debolezze degli uomini. Del resto se ogni stagione della Chiesa è “riformatrice” il termine stesso di “riforma” perde ogni significato dirompente e diventa di fatto l’accettazione della routine ecclesiastica.”

Questa osservazione ci aiuta a capire qualche aspetto particolare dell’opera riformatrice di Papa Francesco. Sin dall’inizio del suo pontificato, infatti, egli ha proposto all’attenzione della Chiesa il problema della riforma, in continuità con la lezione del Vaticano II, ma anche nella consapevolezza dei profondi mutamenti nel mondo civile ed ecclesiastico degli ultimi anni. Il Papa venuto quasi dalla fine del mondo richiama continuamente questa esigenza e, allo stesso tempo, denuncia coloro che replicano: “si è fatto sempre così”. A quanti rimangono ancorati a tradizioni passate e a schemi tradizionali di pensiero ed azione ricorda che bisogna abbandonare le vecchie abitudini e aprirsi all’ascolto della voce dello Spirito. Bisogna uscire dalle sagrestie, per condividere “le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono”. “A volte, ha scritto nell’Evangelii Gaudium, sentiamo la tentazione di essere cristiani, mantenendo una prudente distanza dalle piaghe del Signore. Ma Gesù vuole che tocchiamo la miseria umana, che tocchiamo la carne sofferente degli altri. Aspetta che rinunciamo a cercare quei ripari personali o comunitari che ci permettono di mantenerci a distanza dal nodo del dramma umano, affinché accettiamo veramente di entrare in contatto con l’esistenza concreta degli altri e conosciamo la forza della tenerezza” (EG, n. 270).

Secondo un primo aspetto della sua opera riformatrice il Papa opera con i documenti e, soprattutto, con gesti e stili di vita. Tutto questo, scrive Campanini, “nella consapevolezza che nella Chiesa ogni cambiamento, per essere realmente tale e per potere dare frutti durevoli, non può essere un’operazione verticistica, imposta dall’alto, ma deve coinvolgere ed impegnare la Chiesa tanto nel suo centro, la Curia romana, quanto in quelle mille e mille “periferie del mondo” che sono esse stesse Chiesa e rappresentano il luogo privilegiato dell’opera di evangelizzazione. Senza prendere in considerazione queste “periferie”, ogni riforma pensata e imposta dall’alto andrebbe incontro ad un sicuro fallimento”.

Secondo un altro aspetto il Papa è consapevole che qualsiasi riforma non si improvvisa dall’oggi all’indomani, ma richiede tempi lunghi. Nell’intervista al quindicinale La Civiltà Cattolica ha detto: «Molti pensano che i cambiamenti e le riforme possano avvenire in breve tempo. Io credo che ci sia sempre bisogno di tempo per porre le basi di un cambiamento vero, efficace. È questo il tempo del discernimento. Le mie scelte, anche quelle legate alla normalità della vita, come l’usare una macchina modesta, sono legate a un discernimento spirituale che risponde ad un’esigenza che nasce dalle cose, dalla gente, dalla lettura dei segni dei tempi».

 

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