Mercoledì, 19 Dicembre 2018

 In questo anno pastorale, con l’accompagnamento dalla lettera pastorale Osare il Vangelo, vogliamo vivere e annunciare il Vangelo in modo del tutto particolare. Su ogni altra attività organizzativa, perciò, deve prevalere la missione di evangelizzare, ossia di portare il Vangelo nella famiglia, nella scuola, nella società...

di ✞ Ignazio Sanna

Il Vangelo, se annunciato e vissuto, è efficace per se stesso. Una modalità particolare di annuncio la troviamo nelle indicazioni che Dio ha dato al profeta: “O figlio dell’uomo, io ti ho costituito sentinella per gli Israeliti; ascolterai una parola dalla mia bocca e tu li avvertirai da parte mia. Se io dico all’empio: empio, tu morirai, e tu non parli per distogliere l’empio dalla sua condotta, egli, l’empio, morirà per la sua iniquità; ma della sua morte chiederò conto a te. Ma se tu avrai ammonito l’empio della sua condotta perché si converta ed egli non si converte, egli morirà per la sua iniquità, tu invece sarai salvo” (Ez 33, 7-9). La Chiesa diocesana, dunque, come il profeta, ha la missione di ascoltare la Parola, e, in nome di Dio, intervenire, ammonire, rimproverare, consolare, denunciare, incoraggiare. Essa, nel vivere ed annunciare la Parola, è vincolata ad una duplice fedeltà sostanziale, a un duplice ascolto: alla Parola di Dio che la chiama e alle voci del mondo che la interpellano. In altri termini, la Chiesa rimane fedele alla missione affidatale da Dio e, allo stesso tempo, solidale con tutti i destinatari della sua missione. In questa sua duplice fedeltà, può spesso sperimentare una certa tensione che si innesca tra i due poli. Essa, infatti, non può, ovviamente, disattendere la fedeltà a Dio, ma neppure evitare la partecipazione al destino degli uomini. La Chiesa, però, è chiamata a dominare questa polarità e a rimanere fedele alla sua missione, anche quando subisce la tentazione di abbandonare il campo, come, per esempio, tentò di fare il profeta Geremia (Ger 20, 9a), senza cedere a finzioni o riduzioni. Essa non può ammorbidire la parola di profezia e di denuncia per pura convenienza, in ossequio ai potenti , o per paura di perdere rilevanza sociale.

Lo stile con cui la Chiesa deve adempiere a questa missione è quello della madre e maestra. La Chiesa è prima madre, perché genera i figli con il battesimo, e poi maestra, perché indica ai fedeli la via per arrivare all’esperienza di Dio. La Chiesa è madre di misericordia e di perdono, maestra di vita e di speranza. E’ vero che essa può essere stata poco fedele alla sua missione, e, talvolta, nella storia passata e recente, non ha dato la giusta voce a Gesù Cristo, Salvatore e Redentore dell’uomo. Nel valutare il tasso di fedeltà della Chiesa all’insegnamento di Gesù, tuttavia, non bisogna mai dimenticare la prospettiva storica, e riconoscere le occasioni di tragiche controtestimonianze che hanno nascosto il volto di Cristo. I secoli bui dell’intolleranza e dell’integralismo, talvolta, hanno offuscato il volto della misericordia e hanno vestito i panni del giudice. Ma ciò non toglie che la Chiesa ancora oggi sia in grado di spostare in avanti l’orizzonte della speranza, dando a tutti ragioni di vita e di morte. Essa invita soprattutto a non guardare indietro per rimpiangere la cristianità perduta, ma a guardare in avanti per testimoniare un cristianesimo di persone libere e responsabili, capaci di remare contro la corrente dei luoghi comuni e la persuasione delle campagne mediatiche.

A partire dallo stile ecclesiale di duplice fedeltà a Dio e alla storia, possiamo affermare che la disposizione più adatta per percepire la Parola di Dio nella vita della Chiesa sia anzitutto il silenzio interiore, che permette di distinguere la voce di Dio dalle voci dell’uomo. Infatti, sono molte le parole che stordiscono la mente degli uomini e delle donne, proponendo loro felicità e benessere a buon mercato. Tra queste molte parole, il cristiano sceglie la Parola, perché sa che “l’uomo non vive di solo pane ma di ogni Parola che esce dalla bocca di Dio.”

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