Lunedì, 18 Gennaio 2021

Anche in questo tempo di pandemia si verificano spesso episodi di mancanza di rispetto per i luoghi pubblici da parte dei giovanissimi. Parchi, piazze e strade lordati o comunque offesi da comportamenti irrispettosi e maleducati e, a ogni episodio, segue un dibattito in cui le soluzioni invocate sono quasi sempre sproporzionate rispetto alla gravità dei fatti.

Si potrebbe discutere a lungo sui percorsi educativi, sul ruolo della scuola, della famiglia e della società in generale, sulla formazione di queste donne e di questi uomini del futuro, e anche sul fatto che fenomeni non troppo dissimili hanno visto protagonisti i giovani di tutte le generazioni. Tuttavia questo invito alla riflessione vorrei incentrarlo sull’aspetto forse più importante: oltre che sull’educazione, sulla formazione, sul controllo sociale di questi ragazzi: in cosa noi adulti dovremmo investire per cercare di modificarne i comportamenti senza invocare misure repressive spesso inefficaci e talora controproducenti?
Le risposte sono molteplici e articolate. Tra le tante però vorrei soffermarmi sulla necessità di contrastare le assenze della Comunità. I ragazzi oggi sono molto impegnati: scuola, sport e attività varie riempiono buona parte delle loro giornate in quella che appare come un’esistenza piena e soddisfacente.
Ma è davvero così? Osservando con maggiore attenzione queste vite frenetiche, permane in noi la convinzione che questi impegni siano funzionali a renderle più felici, o inizia ad insinuarsi il dubbio che quello che stiamo applicando possa essere un modello positivo solo agli occhi di noi adulti? Ad esempio, un tempo le possibilità di fare sport erano limitate ed esso si praticava senza il corollario di obblighi che nel frattempo si sono aggiunti, divertendosi, spesso solo in strade e piazze. E questo divertimento trovava poi sbocco anche sul piano agonistico grazie all’impegno di adulti che dedicavano tempo ed energie alle società sportive, vere e proprie famiglie allargate. Oggi ciascuno può scegliere lo sport più adatto, ma nel praticarlo, purtroppo, manca quel senso di Comunità che invece era preponderante in passato. Frequentare il campetto, avendo gli anziani come allenatori e dirigenti, era una attività che andava ben al di là della mera pratica sportiva e invadeva ogni momento della giornata, da quelli impegnati a scuola a quelli sprecati al bar. L’allenatore non era tale solo sul campo: manteneva invece il suo ruolo in ogni situazione della vita comunitaria. Anche le altre attività formative e sociali erano certamente meno qualificanti rispetto a oggi.
Si pensi ad esempio all’eccellente preparazione che i catechisti sono in grado di impartire attualmente, così differente da quella nozionistica del passato. Ma anche in questo caso si ripropone la medesima osservazione: si è passati da un tempo in cui il catechismo era parte di una vita comunitaria in cui le varie parti si integravano, a un tempo in cui si acquisiscono maggiori competenze, ma lo si fa vivendo questo momento in maniera slegata rispetto agli altri impegni, quasi occorra evitare qualsiasi contaminazione tra le varie attività. A tutto questo noi che siamo nati in un tempo al confine tra epoche molto differenti tra loro, ci siamo abituati in fretta, essendone artefici. I giovani invece, che in questo tempo sono nati, si sono trovati con un futuro ipotecato e con una società disegnata sul ricordo delle nostre privazioni piuttosto che sull’analisi delle loro esigenze e dei loro desideri. A loro quindi, prima che strali indignati, dovremmo dedicare una nuova attenzione sociale, cercando di individuare delle forme di compensazione che possano in qualche maniera ricostituire quel senso di Comunità in grado di attenuare il vuoto che paradossalmente spesso occupa il loro tempo libero. Un vuoto che rischia sempre di trasformarsi in una noia priva di fantasia e nei comportamenti irrispettosi.

Giannantonio Madau

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