La prossima giornata diocesana della famiglia è una buona occasione per riflettere sul significato della famiglia fondata sul matrimonio. Secondo Benedetto XVI, “matrimonio e famiglia non sono in realtà una costruzione sociologica casuale, frutto di particolari situazioni storiche ed economiche. Al contrario, la questione del giusto rapporto tra l’uomo e la donna affonda le sue radici dentro l’essenza più profonda dell’essere umano e può trovare la sua risposta soltanto a partire da qui. Da questa fondamentale connessione tra Dio e l’uomo ne consegue un’altra: la connessione indissolubile tra spirito e corpo. L’uomo è, infatti, anima che si esprime nel corpo e corpo che è vivificato da uno spirito immortale. Anche il corpo dell’uomo e della donna ha, dunque, per così dire, un carattere teologico, non è semplicemente corpo, e ciò che è biologico nell’uomo non è soltanto biologico, ma è espressione e compimento della nostra umanità. Parimenti, la sessualità umana non sta accanto al nostro essere persona, ma appartiene ad esso. Solo quando la sessualità si è integrata nella persona, riesce a dare un senso a se stessa”. “Così dalle due connessioni, dell’uomo con Dio e, nell’uomo, del corpo con lo spirito, ne scaturisce una terza: quella tra persona e istituzione. La totalità dell’uomo include infatti la dimensione del tempo, e il “sì” dell’uomo è un andare oltre il momento presente: nella sua interezza, il “sì” significa “sempre”, costituisce lo spazio della fedeltà. Solo all’interno di esso può crescere quella fede che dà un futuro e consente che i figli, frutto dell’amore, credano nell’uomo e nel suo futuro in tempi difficili. La libertà del “sì” si rivela dunque libertà capace di assumere ciò che è definitivo: la più grande espressione della libertà non è allora la ricerca del piacere, senza mai giungere a una vera decisione. Apparentemente questa apertura permanente sembra essere la realizzazione della libertà, ma non è vero: la vera espressione della libertà è la capacità di decidersi per un dono definitivo, nel quale la libertà, donandosi, ritrova pienamente se stessa. In concreto, il “sì” personale e reciproco dell’uomo e della donna dischiude lo spazio per il futuro, per l’autentica umanità di ciascuno, e al tempo stesso è destinato al dono di una nuova vita. Perciò questo “sì” personale non può non essere un “sì” anche pubblicamente responsabile, con il quale i coniugi assumono la responsabilità pubblica della fedeltà che garantisce anche il futuro per la comunità”. Di fronte ad una concezione che intende il sesso come gioco, sottratto al criterio morale, e la procreazione come semplice fenomeno biologico, assoggettato al pieno arbitrio dell’uomo, la Chiesa ricorda che la novità cristiana significata dal matrimonio sacramento non emargina, né mortifica, ma assume in pienezza l’amore, secondo tutti i suoi valori, le sue note ed esigenze. L’originalità cristiana sta nella sua causa fondamentale, e, cioè, nel suo riferimento e derivazione dalla croce, punto culminante del mistero e dell’annuncio cristiano, e misura dell’amore infinito di Dio per l’uomo. È proprio sulla croce, spartiacque di ogni ideologia e antropologia umana, che si dividono ancora oggi gli spiriti, nell’impossibilità umana o per lo meno nella difficoltà, di accettare un amore crocifisso. Il nuovo popolo di Dio nasce sulla croce, e, sulla croce, Gesù ha fissato una volta per sempre l’originalità dell’amore cristiano. La salvezza del mondo e dell’amore si identifica in una figura paradossale: nel Crocifisso. Soltanto nella croce, nella libertà che si sacrifica, che può donarsi nella certezza del Suo amore, nasce la libertà, avviene la redenzione. La croce è la sfida suprema ad osare un amore che trasforma l’indigenza e l’ingiustizia nel mondo. Ma è anche il rifiuto ad una redenzione che crede soltanto alla forza delle cose materiali, e vuole rinunciare a dischiudere all’uomo quella facoltà intima di gioia, che origina proprio dal sacrificio che osa perdersi.
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