31 lug 10

Mons. Sanna e l’informazione religiosa

Monsignor Sanna

E’ mia convinzione che la riuscita dell’informazione sia direttamente proporzionale alla sua accoglienza ed alla sua comprensione. Un’informazione non compresa, non è neppure un’informazione. L’informazione, quindi, richiede, per essere efficace e per poter raggiungere il suo scopo, sia la conoscenza della persona cui essa è diretta, sia la conoscenza dell’ambiente in cui questa persona vive ed opera. Vorrei presentare qualche riflessione sul problema dell’informazione religiosa in Sardegna. Mi sembra siano due gli aspetti degni di considerazione: il problema del linguaggio della Chiesa e il problema del linguaggio dei giornalisti.

Relativamente al linguaggio della Chiesa, la difficoltà di farsi capire è abbastanza generalizzata e non riguarda ovviamente solo la Sardegna. Ci si può interrogare con quale linguaggio si presentino oggi gli eventi della vita ecclesiale. Con un linguaggio dei libri o con il linguaggio della gente? Come si traducono in termini accessibili e comprensibili parole semplici come “salvezza” e “grazia”,, o parole difficili come “peccato originale”? La parola salvezza, per esempio, è usata spessissimo nelle omelie, nelle esortazioni e conferenze, nei ritiri, negli articoli dei settimanali. Ma che cosa si intende per salvezza? Gli ebrei ne avevano una idea molto concreta: salute fisica, famiglia numerosa, raccolto abbondante, pace sociale. Noi cristiani non la intendiamo sempre allo stesso modo. Molto spesso la spiritualizziamo e la rimandiamo all’altra vita, slegandola dai problemi concreti. Che cosa intendiamo per grazia? Nell’Antico Testamento per indicare la grazia si utilizzavano due concetti: elezione e alleanza, e descrivevano situazioni molto concrete. L’elezione indicava il privilegio della particolare vicinanza di Dio rispetto a tutti gli altri popoli, e l’alleanza era la concretizzazione storica di questa elezione. Nel Nuovo Testamento troviamo diversi modi di esprimere la realtà della grazia: regno di Dio, nei vangeli sinottici; giustificazione, in San Paolo; vita, in S. Giovanni. Nella tradizione patristica, poi, si parla di redenzione nel mondo occidentale, e di divinizzazione nel mondo orientale. E oggi? Tutto è grazia e niente è grazia. Nessuno vuole essere nelle grazie di un altro; ognuno vuole essere padrone del proprio destino. Il termine “grazia” non viene usato sempre con simpatia. La teologia contemporanea, inoltre, ne descrive la natura utilizzando una vasta gamma di categorie. Nel mio trattato di antropologia teologica, utilizzo la categoria della “chiamata di Dio”.

Qualche tempo fa Eugenio Scalari, il fondatore del quotidiano Repubblica, ha scritto un articolo sul peccato originale, dandone una definizione a suo uso e consumo. Molti suoi lettori affezionati l’avranno presa come la bibbia. Egli scrive che Gesù non ha cancellato ma solo riscattato il peccato originale, mentre la ferma convinzione della Chiesa cattolica è che l’azione redentrice di Gesù Cristo ha cancellato il peccato originale. Con il battesimo, viene cancellata la colpa del peccato originale. Permangono solo le conseguenze di una natura colpita nella sua integrità fisica e morale. Relativamente al rapporto anima-corpo e alla dottrina del limbo, egli scrive che si tratta di “concessioni che la Chiesa fa alla modernità con un’idea assai mediocre e bislacca della modernità”, e che “la teologia si perde in architetture di penalità e benefici, di perdizione e di salvezza”. Il teologo milanese Vito Mancuso ha spopolato con un libro sul destino dell’anima nel quale distrugge la spiritualità di questa, nega la vita eterna, razionalizza il diavolo, che viene definito: “ipostasi irreale della possibilità reale data alla libertà umana di rendersi diabolica”. Secondo lui, credere che esista il diavolo come essere spirituale porta al manicheismo, al dualismo o all’imputazione del male a Dio.

Per quanto riguarda il linguaggio dei giornalisti che scrivono di cose religiose, si possono fare diverse osservazioni. Anzitutto, si può constatare che l’informazione religiosa della carta stampata e delle emittenti televisive e radiofoniche ha molto raramente un respiro universale, anche se, quanto a provincialismo ecclesiale, la stampa sarda non si discosta molto da quella nazionale. I due maggiori quotidiani sardi privilegiano il racconto di episodi di cronaca più che di eventi particolarmente significativi. Per esempio, un convegno regionale di cappellani delle carceri non fa notizia, mentre una processione senza cavalli e cavalieri ad una festa patronale fa notizia. Se poi si esamina il tasso di professionalità e di competenza in materia religiosa negli articoli dedicati alla vita ecclesiale, si vede facilmente che non si utilizzano sempre correttamente i termini: ecumenismo e dialogo interreligioso, libertà religiosa e libertà di religione, beatificazione e canonizzazione, eccellenza ed eminenza, moschea e chiesa, esortazione apostolica ed enciclica, sinodo e concilio, e cosi via. Se tutti i vescovi sono monsignori non tutti monsignori sono vescovi. Ma per i giornalisti, sono tutti monsignori. Mentre a me non è permesso parlare di problematiche giudiziarie con termini impropri, perché rischio qualche incriminazione per calunnia, a un giornalista è permesso di scambiare disinvoltamente una processione del santo patrono per un corteo di costumi sardi. A me non è permesso confondere i gradi della carriera militare e delle forze dell’ordine, ma a un giornalista è permesso chiamare un vescovo cardinale e viceversa. Una maggiore conoscenza dell’annuario pontificio e diocesano non farebbe male.

Ignazio Sanna, Vescovo

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