Come si sa la Pasqua cade la domenica successiva al plenilunio dell’equinozio di Primavera. Nell’arco di un mese e precisamente tra il 22 di marzo e il 25 di aprile hanno luogo tutte le manifestazioni che tradizionalmente aprono e chiudono il ciclo pasquale. Tutto questo è evidente nei canti rituali della Sardegna, chiamati gosos, che pare siano stati introdotti nell’isola nel periodo della dominazione ispanica. Si pensa che questi canti siano riconducibili ai bizantini e successivamente diffusi dai monaci greco-ortodossi in Spagna e quindi anche nella terra dei nuraghi. Con ogni probabilità furono introdotti nell’isola dai benedettini toscani che li inserirono nel loro laudario di tradizione sardo-bizantina la cui costruzione tecnica è diversa dai gosos spagnoli. Con il termine “gòsos” e le sue varianti (“gòccius, còggius, gòzos, gròbbes, gòsi, làudi” ecc.) si indicano in Sardegna dei canti di tipo devozionale dedicati ai Santi o alla Madonna. Tali denominazioni derivano dal catalano “goigs” e dal castigliano “gosos”, i quali a loro volta debbono la propria origine al latino gaudium, “gioia”.
Su questa base, sono però assai diversificate le modalità di esecuzione a seconda dell’area geografica: è infatti possibile ascoltare i “gòsos” cantati dalle quattro voci dei gruppi a cuncordu o dai gruppi di canto a tenore ciascuno con le modalità esecutive sue proprie. Un’altra pratica musicale assai diffusa in Sardegna è quella dei rosari cantati. L’esecuzione, basata su versioni in lingua campidanese o logudorese dei più diffusi testi di preghiere cattoliche, di norma prevede l’alternanza di due cori, ognuno dei quali canta, a più voci all’unisono – una metà di ciascuna preghiera (Ave Maria, Babbu nostru, Gloria Patri e le Laudi). Ogni paese caratterizza il proprio rosario in base alle occasioni. Tale varietà mette in evidenza una realtà assai ricca, segno dell’importanza della musica nella vita dei sardi.
A Santulussurgiu i cantori intonano inni polivocali di tradizione orale. Il coro, formato da quattro voci maschili (su bassu, sa oghe, su cuntraltu e sa contra) canta in latino e sardo mescolando tradizione liturgica e testi popolari. Nella domenica delle Palme (17 aprile) si celebra ‘Su Nazarenu’, una Via Crucis lungo la quale vengono eseguiti i canti del Miserere e della Novena.
Processioni e liturgie hanno in Sardegna particolari istrumenti di accompagnamento quando, in periodo quaresimale, le campane non suonano e se ne dà qui una breve carrellata. Uno strumento a percussione è su tumbarìnu: un tamburo rudimentale col ripiano in pelle di capra o di asino. In passato si usava anche la pelle di cane o gatto conciata con la cenere. Il tumbarìnu è utilizzato soprattutto in processioni o sfilate.La matràcca formata da una tavoletta incavata così da poter essere impugnata. Sulle facciate del legno sono due anelli rettangolari con la cerniera da un lato: agitando le tavole gli anelli sbattono sul legno. Più massiccio è su matraccòni, tanto che per farlo ruotare sono necessarie due persone. C’è poi sa matràcca a roda o zirriòni: una tavoletta all’estremità della quale sono tre strisce di compensato dotate di un asse con manovella, una ruota dentata e due piroli laterali. Le taulìttas e le tàcculas sono formate da tre tavolette rettangolari, due delle quali identiche ed una poco più grande col manico.
Per mezzo di appositi fori, alla tavoletta più grande sono legate, ma lasciandole piuttosto larghe, le altre due, una per parte; agitandole, sbattono fra loro e producono un suono assai vicino a quello delle nacchere.
Il nome del reo-reo deriva dal rumore di una ruota dentata agganciata ad una canna e fatta girare in continuazione. Le arrèulas e le rainèddas o arranèddas o semplicemente ranas consistono in una canna con al centro due incisioni, sui cui lembi si incastra una ruota dentata. Appositi fori lasciano passare un manico che prende insieme la rotella e la canna. Facendole ruotare si ottiene una specie di gracidio.
di Stefania Atzori
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