Gli italiani non amano la propria classe politica. La ritengono, nella migliore delle ipotesi, non all’altezza del compito che le è affidato: non all’altezza, soprattutto, del Paese che rappresenta. Mi pare, però, che alcune riflessioni si rendano necessarie: come cittadini e come cristiani. La prima riflessione riguarda proprio loro: i politici. La situazione disastrosa che il Paese sta attraversando sembra giustificare in pieno la sfiducia, diffusa, che gli italiani nutrono verso i propri rappresentanti. Le resistenze della classe politica a rinunciare a privilegi ormai percepiti come insopportabili non fa che aggiungere carne al fuoco del malcontento. Facendo salire la temperatura a livelli preoccupanti. Gli episodi di violenza ai danni dei funzionari di Equitalia dicono di una esasperazione preoccupante, ma anche di una barbarie non più percepita come tale. Qualcuno si chiede come sia possibile che in Italia non sia ancora scoppiata una rivoluzione. Ammesso (e non concesso) che una rivoluzione sarebbe la soluzione migliore per risolvere i problemi ai quali siamo confrontati, bisognerebbe ricordare, come circa vent’anni, fa un intero sistema di partiti sia stato spazzato via dall’elettorato italiano: caso unico tra tutti le democrazie avanzate. Se, vent’anni dopo, la percezione diffusa è che si sia tornati al punto di partenza, non c’è dunque da stupirsi se gli italiani sembrano aver perso un poco di fiducia nelle possibilità di un reale cambio di rotta: rispazzati di nuovo via tutti i partiti, le cose cambierebbero davvero? La seconda riflessione amplia un poco l’oggetto di osservazione e chiama in causa l’intera classe dirigente di questo Paese: non solo dunque i politici, ma gli imprenditori, i professionisti, i sindacalisti, la stampa, gli universitari. La domanda è la seguente: siamo sicuri che quella preferenza che la classe politica sembra in generale accordare all’interesse di parte (o, peggio, all’interesse privato) sul bene comune, non sia in realtà l’espressione di un andazzo ben più esteso? Sia chiaro: opporre interesse privato e bene comune non è, in sé, una buona idea. Un interesse privato perseguito in modo onesto dà frutti di cui tutti possono poi fruire. Il problema è quando l’interesse privato è manifestamente perseguito contro il bene comune: quando per esempio si fa impresa preferendo lucrare sugli aiuti pubblici, piuttosto che scommettendo veramente sul proprio lavoro e sul proprio prodotto; o quando si continua a proteggere gli iscritti al proprio sindacato, caricando pesanti fardelli su chi non ha rappresentanza (in primis le generazioni future); o quando si fa informazione in un modo che sia gradito ai potenti (i quali sapranno certamente ricompensare); o quando si perverte la sacrosanta autonomia universitaria in una diabolica macchina per moltiplicare a dismisura sedi e posti. Si tratta giusto di qualche esempio, che certo non riguarda solo l’Italia, ma che dice che le responsabilità potrebbero essere più ampie di quanto comunemente non si voglia ammettere. La terza riflessione amplia ulteriormente il campo e chiama in causa l’intera società italiana. Qui la domanda riguarda ciascuno di noi: quella mancanza di senso dello Stato e del bene comune che rimproveriamo alla nostra classe politica, non è forse anche nostra? Non è forse riscontrabile nel medico o nell’avvocato che non rilasciano fattura, nel negoziante che non fa lo scontrino, nel possessore di cane che lascia che gli escrementi di Fido rimangano sul marciapiede come un monumento alle generazioni future, nel passante che non usa i cestini per i rifiuti, nel fumatore accanito a cui tutti dovremo un giorno pagare le spese mediche, nell’impiegato che giocherella su Facebook nelle ore di lavoro, o in chiunque si rivolga al politico per un favore, qualunque esso sia? Ancora una volta solo esempi, tratti dalla vita normale di un Paese che certo non è l’Italia. Ma che ci devono spingere a domandarci se quella classe politica che è percepita come non all’altezza del suo compito non sia però degna rappresentante di un Paese fondamentalmente ipocrita. L’Italia che abbiamo ricevuto è costata 150 anni di sacrifici di tante persone oneste che hanno dato la vita per essa. Se i nostri figli non riceveranno almeno quanto noi stessi abbiamo avuto sarà, certamente colpa della nostra classe politica. Ma – sia chiaro – non solo di essa.
Stefano Biancu
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