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Oristano, l'Arcivescovo ha aperto la Porta Santa della Cattedrale

Pubblichiamo il testo dell'omelia che mons. Ignazio Sanna ha pronunciato in occasione dell'apertura della Porta Santa della Cattedrale di Oristano

Oristano, l'Arcivescovo ha aperto la Porta Santa della Cattedrale

Cari fratelli e sorelle,

ascoltando la predicazione del Battista così come ci viene proposta dal racconto evangelico, ci viene spontaneo imitare i suoi ascoltatori e porci anche noi la domanda: “che cosa dobbiamo fare per convertirci”? Il Giubileo, infatti, è soprattutto un invito alla conversione. La risposta del Battista ci propone tre impegni concreti. Il primo: compiere qualche opera di misericordia corporale. Il secondo: praticare la giustizia nelle relazioni sociali. Il terzo: condannare ogni forma di protesta e di violenza.

In relazione al primo impegno di compiere qualche opera di misericordia, siamo invitati a fare nostro l’invito di Papa Francesco, che raccomanda a tutta la Chiesa italiana l’inclusione sociale dei poveri, perché hanno un posto privilegiato nel popolo di Dio. Già San Giovanni Paolo II aveva ribadito che “l’opzione per i poveri è “forma speciale di primato nell'esercizio della carità cristiana, testimoniata da tutta la Tradizione della Chiesa” (Sollicitudo rei socialis, 42). Sappiamo bene che il volto di Cristo sofferente si nasconde soprattutto nel volto dei poveri. Perciò, vogliamo “scoprire Cristo in loro, prestare ad essi la nostra voce nelle loro cause, ma anche essere loro amici, ascoltarli, comprenderli e accogliere la misteriosa sapienza che Dio vuole comunicarci attraverso di loro” (Evangelii gaudium, 198).

Il secondo impegno della pratica della giustizia, a prima vista, sembra dimenticare il ruolo della misericordia. Ma “la giustizia e la misericordia non sono due aspetti in contrasto tra di loro; sono due dimensioni di un’unica realtà che si sviluppa progressivamente fino a raggiungere il suo apice nella pienezza dell’amore. “La giustizia è un concetto fondamentale per la società civile quando, normalmente, si fa riferimento a un ordine giuridico attraverso il quale si applica la legge. Per giustizia si intende anche che a ciascuno deve essere dato ciò che gli è dovuto. Nella Bibbia, molte volte si fa riferimento alla giustizia divina e a Dio come giudice. La si intende di solito come l’osservanza integrale della Legge e il comportamento di ogni buon israelita conforme ai comandamenti dati da Dio. Questa visione, tuttavia, ha portato non poche volte a cadere nel legalismo, mistificando il senso originario e oscurando il valore profondo che la giustizia possiede. Per superare la prospettiva legalista, bisognerebbe ricordare che nella Sacra Scrittura la giustizia è concepita essenzialmente come un abbandonarsi fiducioso alla volontà di Dio”(Misericordiae Vultus, n. 20). 

“Se Dio si fermasse alla giustizia, scrive Papa Francesco, cesserebbe di essere Dio, sarebbe come tutti gli uomini che invocano il rispetto della legge. La giustizia da sola non basta, e l’esperienza insegna che appellarsi solo ad essa rischia di distruggerla. Per questo Dio va oltre la giustizia con la misericordia e il perdono. Ciò non significa svalutare la giustizia o renderla superflua, al contrario. Chi sbaglia dovrà scontare la pena. Solo che questo non è il fine, ma l’inizio della conversione, perché si sperimenta la tenerezza del perdono. Dio non rifiuta la giustizia. Egli la ingloba e supera in un evento superiore dove si sperimenta l’amore che è a fondamento di una vera giustizia” (n. 21).  

Infine, il terzo impegno a superare forme di protesta e di violenza ci obbliga a vincere le divisioni procurate da protagonismi e individualismi, a dominare i conflitti domestici e sociali, a prendere l’iniziativa per perdonare le offese personali, perché quando si perdona non si cambia il passato ma si cambia il futuro.

Cari fratelli e sorelle,

questi sono gli impegni propostici dalla Parola di Dio. Ci sono, però, anche altri impegni, suggeriti dalla simbologia del passaggio della Porta Santa che abbiamo compiuto. La porta della casa e della Chiesa, infatti, serve per entrare, ovviamente; ma serve anche per uscire, magari per vedere se c’è qualcuno che aspetta fuori e non ha il coraggio di entrare; per andare a confortare qualcuno che sconta la pena nella cella di un carcere o chi sopporta la malattia su un letto dell’ospedale; per abbandonare abitudini, comodità, sicurezze, e andare a portare una parola di conforto e un gesto di carità nelle periferie spirituali e materiali della nostra gente.

Su tutte le porte della vita, poi, comprese quelle della nostra nascita e della nostra morte, è Gesù che ci illumina. Egli ha affermato: “Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvo; entrerà e uscirà e troverà pascolo” (Gv 10,9). Nel varcare le porte della vita, Gesù ci dice: “Venite a me, voi tutti che siete affaticati e oppressi, e io vi darò riposo. Prendete su di voi il mio giogo e imparate da me, perché io sono mansueto e umile di cuore; e voi troverete riposo alle anime vostre; poiché il mio giogo è dolce e il mio carico è leggero” (Mt 11, 28-30). I pesi che gravano sul nostro cuore o sulla nostra coscienza sono tanti. Pesano le fatiche del lavoro, le responsabilità delle decisioni, i pensieri, gli anni, le preoccupazioni, la malattia, la solitudine. I gioghi umani, siano essi di carattere economico, sociale o religioso, caricano pesi insopportabili sulle spalle dei poveri, dei disoccupati, degli oppressi. Il giogo di cui parla Gesù, invece è dolce, perché guidato dall’amore, che unisce due persone sotto un vincolo che rende l’uno solidale della vita dell’altro. “E’ una forza straordinaria, una forza capace di trasformare i rapporti di forza in relazioni di amicizia, capace di cambiare i rapporti di potere in relazioni d’amore, i rapporti di servitù in relazioni di libertà. E’ una forza capace di riconciliare i nemici, di riavvicinare i rivali, di rappacificare gli avversari”. Il peso di Gesù è leggero, perché è diverso da quello dei farisei “che dicono e non fanno, che legano pesanti fardelli e li impongono sulle spalle della gente, ma loro non vogliono muoverli neppure con un dito” (Mt 23, 4).

Cari fratelli e sorelle,

con un supplemento di magnanimità troviamo il coraggio di fare il primo passo per sanare qualche ferita, rimuovere gli ostacoli di comunicazione, guardare avanti con la fiducia che "ogni cosa è possibile per chi crede" (Mc 9, 23). Nessuno si sentirà più povero per aver perdonato un fratello; ognuno si sentirà più ricco per avergli donato la pace. Tutti possiamo dare e ricevere il dono della pace. Non solo nella celebrazione liturgica, ovviamente, ma, soprattutto, nelle vicende della vita quotidiana. La diversità di opinioni, convinzioni, orientamenti, sempre possibili, deve servire non a creare conflittualità e divisione, ma a far vivere e operare una comunità, unita nelle cose essenziali, libera nelle cose secondarie.”

Maria, Madre di misericordia e di speranza, ci copra con il suo manto, protegga le nostre famiglie, benedica la nostra comunità arborense.

Amen.

Oristano, l'Arcivescovo ha aperto la Porta Santa della Cattedrale
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